La profezia di Renzi. "Voteremo nel 2022"

Il leader non parla di Colle ma incorona Draghi. "Prevarrà l'egoismo di Pd, M5s, Lega e Fdi"

La profezia di Renzi. "Voteremo nel 2022"

Nel 2022 si voterà. È la profezia di Matteo Renzi, accolta dalla platea della Leopolda con una smorfia di disapprovazione. Ma il leader di Italia viva sembra avere in testa un suo calendario politico. Draghi c'entra ma anche no: un poker di leader - Salvini, Meloni, Letta e Conte - ha interesse ad andare alle urne. «Se prevarrà l'egoismo dei 4 - insiste l'ex premier - e si interromperà la legislatura, noi saremo pronti».

Nessun passo indietro, allora ma avanti alla conquista del centro. È questo il messaggio dal palco. «Abbiamo parlato tanto, forse pure troppo di giustizia nei giorni scorsi - attacca Renzi - oggi stiamo sulla politica».

Quel che passa il convento gli pare chiaro: la destra si sta schiacciando ancora più a destra e la sinistra del Pd, in modo speculare, insegue i 5 Stelle.

Non solo: i capi dei quattro partiti più grandi spingono per contare le proprie forze. C'è la variabile Quirinale, importantissima, anzi decisiva, ma Renzi sfuma. O meglio, si posiziona perché secondo lui andrà proprio così: «La Meloni è stata sdoganata da un certa cultura di sinistra, ma il suo problema è che la Le Pen è troppo moderata». E Salvini? «Credevo volesse portare la Lega nel campo del Ppe ma mi pare che non sia questa la sua idea». A sinistra va anche peggio: «Il Pd si è alleato con i 5 Stelle. Preferiscono la liason con Conte e Bonafede».

Per Renzi si apre una prateria al centro, fra sovranisti e populisti: quello spazio che a vario titolo è stato occupato da Scholz, Macron, in qualche modo, «pur con i suoi limiti in Afghanistan», da Biden. «Scholz non ha vinto alleandosi con la sinistra più sinistra della Linke, anzi l'ha abbandonata al proprio destino, ha vinto occupando lo spazio della Merkel, e i laburisti da quando si sono spostati su posizioni estreme non battono gli avversari neanche in un'assemblea condominiale».

Dunque, il centro che però è un fantasma, una palude in cui tutti i possibili federatori del fantomatico terzo polo, quando ci hanno provato, sono affondati.

E allora? «Mi viene l'orticaria a evocare quel centro, un centrino - replica Renzi - Se immaginiamo il centro come un recinto di sigle, identità o peggio ancora ambizioni personali, si sappia che quel disegno non funzionerà mai. Se lo immaginiamo come il luogo dove si va a competere per raccogliere il consenso e vincere, allora quello è il luogo dove si vincono le elezioni».

Insomma, l'ex premier anticipa la possibile, eterna obiezione sui limiti di un'operazione che potrebbe tramutarsi in un fiasco di piccolo cabotaggio.

Lui vola alto, cita l'Enrico V di Shakespeare, si sofferma sul bambino morto di freddo al confine fra Bielorussia e Polonia. «Ci vuole flessibilità», urla nel capannone strapieno che lo applaude in continuazione. E cita Moro che ha saputo innovare, senza impiccarsi a una formula. «Nel 2019 e nel 2021, prima con Salvini e poi con Conte, abbiamo messo in sicurezza il Paese». Resta la domanda: dove andare? «Siamo al 2 per cento? - è la battuta temeraria - il restante 98% non sa cosa si perde».

Poi l'ex premier si traghetta nel futuro, lanciando la candidatura di Faraone, che dal tavolo dirige i lavori, a sindaco di Palermo. «A Palermo non siamo con Miccichè, stiamo con Davide Faraone che è una cosa diversa. Poi Miccichè faccia lui. Noi siamo convinti che la tua candidatura. - aggiunge rivolgendosi direttamente a lui - non sia figlia di un accordicchio».

Il quesito di fondo non toglie il disturbo, come la nebbia d'inverno: lui battezza di fatto la terza via. Né di qua, né di là. E dispensa bacchettate in tutte le direzioni. C'è molto da fare e si dovrebbe andare avanti con questo esecutivo: «La priorità dovrebbe essere il Pnrr, un'incredibile mole di denari che arriva al nostro Paese, non perché l'ha portata Conte.

C'è un algoritmo - racconta Renzi - fatto da due dirigenti olandesi in sede di istituzioni europee che hanno matchato le caratteristiche macroeconomiche dell'Italia e i denari che vengono dall'Europa. Non è un merito del governo che ha fatto la trattativa, è un algoritmo». Una cascata di soldi e una grande responsabilità per Draghi.

Ma il voto incombe. E allora meglio attrezzarsi per il 2022.

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