Le quote Inter di Zhang nelle mani di Jack Ma "esautorato" dal governo

Fine dell'illusione dell'economia di mercato. Il partito comunista torna padrone del Paese

Le quote Inter di Zhang nelle mani di Jack Ma "esautorato" dal governo

Dunque, secondo quanto si apprende, sarebbe stata trovata la spiegazione della scelta, resa nota dalla proprietà cinese dell'Inter, di stringere i cordoni della borsa. Niente a che vedere con le pretese dell'allenatore Antonio Conte di spendere altre decine di milioni sul mercato di gennaio per aggiungere qualche altro pezzo pregiato alla già lunghissima lista di campioni che ha a disposizione: la faccenda è assai più complicata. Già un mese fa si era saputo che gli Zhang padre e figlio, proprietario e presidente della squadra di calcio italiana, avevano offerto in garanzia al colosso Taobao Software in cambio, secondo l'ipotesi più verosimile, di liquidità il controllo dei ricchissimi asset familiari, con la sola esclusione del gruppo commerciale Suning.com. Taobao fa parte del gigantesco gruppo cinese Alibaba fondato dall'imprenditore Jack Ma: significava che il controllo (ma non la proprietà) dell'Inter era passato a Taobao, a tutela di qualche suo credito o diritto.

Un normale accordo di affari, è stato detto e scritto, che sembra appunto spiegabile con una crisi di liquidità del gruppo che fa capo alla famiglia Zhang. Ma non è tutto qui. Perché c'è dietro anche la politica, e politica in Cina significa una cosa sola: l'onnipotente partito comunista. La vicenda è complessa scatole cinesi, verrebbe da dire - ma così riassumibile: i titoli di Suning si mantengono bassi nonostante ogni sforzo perché Zhang senior ha come partner d'affari proprio Jack Ma, e il mercato non si fida.

Perché mister Ma, l'uomo più ricco della Cina rossa, è da due mesi caduto in disgrazia agli occhi del Numero Uno del Partito e quindi del Paese, il presidente Xi Jinping. Non gli è bastato essere pappa e ciccia con il potere, esser diventato membro del Pcc ed essere da questo stato indicato al popolo per vent'anni come esempio virtuoso di imprenditore di successo, virtuoso proprio perché consapevole di muoversi nei limiti ideologici imposti dal partito: arricchirsi va bene, ma mai mettere in discussione il potere rosso.

Jack Ma ha commesso un errore imperdonabile. Lo scorso 24 ottobre, parlando a un convegno a Shanghai, ha criticato esplicitamente le politiche economiche del governo. Le definì antiquate, e si spinse ad affermare che le banche cinesi ragionavano «con una logica da banco dei pegni», che non presentavano rischi finanziari sistemici «semplicemente perché non esiste un sistema, e questo è il rischio». Xi Jinping, sempre sensibilissimo a ogni parola o gesto che sfidi il suo potere assoluto, non la prese bene. Dal 2 novembre, giorno in cui fu convocato per fornire spiegazioni, Jack Ma è sparito. Volatilizzato.

Il colossale collocamento da 34 miliardi di dollari del suo Ant Group presso le Borse di Shanghai e Hong Kong è stato bloccato a soli due giorni dalla data prevista, su input di Xi in persona. E il 23 dicembre l'Antitrust cinese ha aperto un'inchiesta su Alibaba per abuso di posizione dominante: colpo al cuore per mister Ma.

Nel frattempo, a oltre due mesi dalla sua scomparsa, la stampa cinese è stata autorizzata a filtrare solo una frasetta burocratica sul destino del miliardario che non ha saputo stare al suo posto: Jack Ma «si trova sotto supervisione e non gli è permesso di lasciare la Cina».

Un destino che ricorda da vicino quello di oligarchi infedeli allo «zar» Putin, e finiti al gabbio in Siberia come Khodorkovsky o all'altro mondo, come molti altri.

Intanto, la capitalizzazione di Alibaba è precipitata dal picco di 859 miliardi di dollari a meno di 600. Il colosso dell'e-commerce, privato della sua guida, cercherà ora di risalire emettendo obbligazioni per qualche miliardo: ma la strada è lunga e in ripida salita, e anche mister Zhang e figlio lo hanno capito.

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