Rajoy lascia, c'è Sanchez La Spagna volta pagina ma vince l'ingovernabilità

Sfiducia al leader popolare, diventa premier il segretario socialista. È rebus maggioranza

Rajoy lascia, c'è Sanchez La Spagna volta pagina ma vince l'ingovernabilità

A lle 11.26 del primo giugno, dal banchetto del suo esecutivo, arrivato al capolinea, Rajoy ha guardato per l'ultima volta la poltrona di premier e la vista sull'emiciclo del Parlamento, mentre i Socialisti plaudivano al successo della mozione di censura che lo ha costretto a lasciare. Dopo sette anni e mezzo, Mariano Rajoy Brey, travolto dalle tangenti del caso Gurtel che hanno sporcato il suo Partido Popular con una trentina d'arresti, ieri si è visto sfiduciare e licenziare con 180 voti contrari, dopo che nel 2004 e nel 2008 aveva retto a ben due nette sconfitte elettorali, fino alla vittoria del 2011. È la prima volta in quarant'anni di democracia spagnola che una mozione di censura ottiene successo: nel 2017 fu presentata una prima contro Rajoy, senza che però ottenesse la maggioranza assoluta.

Come recita la Costituzione spagnola del 1978, con il «sì» alla mozione l'esecutivo passa, senza interruzioni, direttamente nelle mani dell'opposizione, senza nessun voto di fiducia o dover disturbare re Felipe VI, a discapito dei «franchi tiratori»: è la Spagna liberatasi da molte lentezze nella gestione del potere, grazie anche a una Carta più snella e reattiva. Il nuovo premier express è il segretario dei Socialisti, Pedro Sánchez, che ha ereditato nel 2014 uno Psoe in stato cianotico dalla gestione Rubalcaba-Zapatero, dopo un voto plebiscitario che quattro anni fa, gli ha dato la segreteria nazionale del partito, premiato dalle sue idee di «rottamatore del vecchio», come Matteo Renzi che Sánchez incontrò nel 2013 alla Festa dell'Unità di Bologna.

Giovedì pomeriggio, durante la lettura delle motivazioni dei partiti, si era delineata un'alleanza tra Psoe, Podemos, (nato da una costola del movimento di protesta in tenda degli Indignados), gli indipendentisti catalani (Erc, PDeCat) e i nazionalisti baschi (Pnv), sufficiente a radunare 180 voti per dare la spallata all'esecutivo di Rajoy e permettere il conseguente insediamento del nuovo gobierno targato Sánchez. Rajoy fin da mercoledì aveva realizzato di avere le ore contate. Giovedì, per otto ore, si era rinchiuso coi suoi in un ristorante del centro di Madrid, assistendo al dibattito sulla sua testa. Venerdì, invece, nella pausa della votazione, era ricomparso in aula e, prima della votazione, aveva preso la parola per ringraziare la Spagna di «avergli dato l'onore di servirla», congratulandosi anche con se stesso «per avere reso migliore il Paese rispetto al 2011» e stringendo la mano, dopo il via libera alla mozione, al suo carnefice, Pedro Sánchez, alleato nella spinosa gestione della Catalogna commissariata, ma pur sempre uomo dell'opposizione.

Oggi sul Boe, la Gazzetta ufficiale spagnola, sarà pubblicato il cambio di governo e la prossima settimana Sánchez entrerà alla Moncloa da premier. Lo aspettano grandi sfide, tra cui la questione catalana e un numero sempre più alto di terroristi radicalizzatisi in Spagna.

Potrà contare, non con tanta serenità, su un esecutivo sostenuto da una maggioranza troppo eterogenea che potrebbe risentire delle differenze politiche e condurre il premier socialista a sciogliere le Camere e andare in anticipo sul 2020 alle urne. Dal voto, secondo gli analisti, guardando anche alla rimonta di Ciudadanos, il partito catalano anti-sistema di centro-destra, uscirà una Spagna ingovernabile, divisa in tre forze politiche in parità.

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