Roma, il processo che ci vuole tutti mafiosi

Per Mannino non è stato necessario attendere il giudice di Berlino per vedere interrotto il calvario. Ma l'assoluzione è un avvenimento isolato

Roma, il processo che ci vuole tutti mafiosi

Per Calogero Mannino, ex ministro Dc, non è stato necessario attendere il giudice di Berlino per vedere interrotto il suo lunghissimo calvario giudiziario che lo ha rovinato politicamente e personalmente. È bastato un giudice a Palermo che ieri lo ha assolto dall'accusa di aver trattato con la mafia. Resta il fatto, purtroppo, che l'assoluzione di Mannino appare come un avvenimento straordinario ed isolato di una giustizia impazzita. Che si prepara a un nuovo blitz. Mi riferisco al maxi processo «Roma capitale», la cui prima sentenza ha confermato l'impianto accusatorio della Procura di Roma, stabilendo che i fenomeni di corruzione venuti alla luce vanno puniti con l'aggravante dell'associazione mafiosa. Non perché a Roma c'è stata una infiltrazione della mafia tradizionale proveniente dalla Sicilia ma perché la corruzione che si è verificata all'ombra del Campidoglio va considerata come un reato di stampo mafioso.

Il maxi-processo a Mafia capitale è quindi destinato a diventare un precedente particolarmente grave. Perché porta a stabilire che non esiste solo la mafia di tipo tradizionale ma che il reato di corruzione diventa automaticamente un reato mafioso. Con tutte le conseguenze giuridiche del caso. Cioè con l'allargamento della legislazione emergenziale antimafia ai fenomeni corruttivi che sembrano essere diventati la caratteristica principale del cosiddetto Belpaese.

Questa identificazione tra mafia e corruzione può produrre nella società italiana storture difficilmente sanabili. La prima è che se tutto diventa mafia, è il Paese intero che viene marchiato come mafioso. Con il risultato che quando Matteo Renzi va a promuovere all'estero l'immagine dell'Italia rischia di ritrovarsi a promuovere l'immagine di Cosa nostra. Ma il danno non è solo d'immagine. Estendere l'emergenza antimafia a gran parte della società nazionale significa stringere in una morsa autoritaria l'intero Paese. E, soprattutto, continuare nell'errore di credere che solo la repressione può essere la cura dei vizi nazionali.

Trasformare la corruzione in mafia può

eliminare i sintomi ma non la malattia. Che va combattuta, insieme alla mafia, solo con la radicale sburocratizzazione di uno Stato che con la sua struttura medioevale è la vera fabbrica del malaffare e dei fenomeni mafiosi.

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