La rottamazione secondo Matteo: occupare i posti chiave con gli amici

Dai vertici istituzionali fino ai Cda delle partecipate. I prossimi obiettivi diventano Rai e Consiglio di Stato

La rottamazione secondo Matteo: occupare i posti chiave con gli amici

Roma - Dal vertice dello Stato ai consigli di amministrazione di società partecipate, piccole e grandi, passando per organi costituzionali e ministeri. In Italia la decisione politica per eccellenza sono le nomine e il rottamatore non fa eccezione. Al contrario dei politici che seguivano il manuale Cencelli, Matteo Renzi accentra, licenzia e sostituisce a sorpresa senza seguire schemi preconfezionati. Spesso nemmeno i suoi capiscono con chi e come vuole riempire le caselle. In piccolo, segue lo schema accentratore utilizzato per la scelta del presidente della Repubblica.

È successo recentemente con la nomina di Tito Boeri alla presidenza dell'Inps, annunciata tra le varie ed eventuali ad un consiglio dei ministri i coi componenti non ne sapevano niente, compreso il responsabile del Lavoro Giuliano Poletti al quale ufficialmente sarebbe toccato l'onere e l'onore della decisione.

Uno spoil system in salsa fiorentina che hanno assaggiato anche a Bruxelles quando Federica Mogherini è stata nominata Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea. «Qui nessuno la conosce, impossibile passi. E poi all'Italia conviene la presidenza del Consiglio europeo», dicevano diversi funzionari europei poco prima della nomina. Spiazzati, come i vertici di Palazzo Chigi che hanno visto salire l'astro di Antonella Manzione, dall'ufficio dei vigili urbani di Firenze alla guida dell'ufficio legislativo della presidenza del Consiglio. Da quando è in carica gli analoghi uffici dei ministeri non toccano palla. Si ritrovano a poche ore dalle scadenze testi già pronti che vengono dalla presidenza del Consiglio. Il Fatto Quotidiano sabato ha scritto che la Manzione adesso è in pole position per diventare Consigliere di Stato.

Conta la fedeltà, certo. Quella antica, come nel caso di Manzione o quella acquisite. Renzi, arrivato a Palazzo Chigi un po' a sorpresa senza passare per il voto, ha subito preso in mano i dossier nomine con l'intenzione di dare il senso di un cambiamento di metodo. Quindi donne imprenditrici ai vertici di Eni (Emma Marcegalgia) e delle Poste (con Luisa Todini). Ma nei Cda sono entrati fedelissimi. Organizzatori della Leopolda come Alberto Bianchi nominato consigliere Enel, Fabrizio Landi a Finmeccanica, imprenditore e primo finanziatore della fondazione Open, lo strumento utilizzato da Renzi per la sua ascesa alla politica nazionale.

Stessa situazione ai vertici dello Stato. Il Pd ha raccattato tutto il raccattabile anche prima del governo Renzi e ora il rottamatore ha consolidato la tradizione.

Il direttore della Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, era vicina al gruppo di economisti e dirigenti legati a Vincenzo Visco. Ora è interprete del fisco in versione renziana. Poi il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, Pd, che è passato direttamente dal governo, all'organo di autogoverno della magistratura. Il presidente dell'Istat Giorgio Alleva (che non convinse nemmeno gli economisti Tito Boeri e Luigi Zingales), a presidiare i numeri dai quali dipendono molte scelte dell'esecutivo.

All'appuntamento manca la Rai, che è ancora espressione dei precedenti governi, ma che dovrebbe

capitolare presto al renzismo. Tra i nomi per il vertice dell'azienda - come ha anticipato giorni fa il Giornale - Franco Bernabè, ex amministratore delegato di La7 poi Vincenzo Novari (di H3G) e Antonio Campo Dall'Orto.

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