Se il nuovo compagno di curva si chiama paura

A Wembley le lacrime, in Turchia urlano "Allah akhbar". Il mondo del tifo è cambiato per sempre

Se il nuovo compagno di curva si chiama paura

Uno stadio di calcio. Che cosa ci può essere di meglio per un terrorista? Per la sua mente criminale? Per il suo progetto omicida? Uno stadio di calcio con tutto quello che ha dentro: pubblico, gente, folla, confusione, eccitazione. Saint Denis, Wembley, l'Arena di Hannover, tre città, tre Paesi, la stessa ansia, vissuta e affrontata diversamente, il mondo del football conosce una nuova psicosi, è diventata un male oscuro, si sta insinuando là dove c'era la festa, c'era il tifo, c'era anche la sfida violenta ma riconoscibile, individuabile, individuata. Oggi no, l'ombra è lunga, opprimente, paurosa, non sai da dove arrivi ma ti accorgi, improvvisamente, della sua presenza.

Osservi il tuo vicino in curva e ti chiedi se può essere un nemico pronto a ucciderti. Abbiamo visto stadi di calcio trasformati in prigioni, l'ultimo quello di Manaus in Brasile, dopo i giochi del mondiale. Il Nacional di Santiago del Cile fu un campo di concentramento di quarantamila prigionieri sotto la dittatura di Pinochet. Fu il teatro del mondiale del '62 e poi la bara di chi odiava il duce cileno. Ci furono altri impianti allestiti in modo improbabile come cimiteri, accampamenti, terre di soccorso, le gradinate deserte, i prati verdi coperti da barelle e da agonie. Stavolta la storia è diversa perché nessuno può prevedere ma tutti sentiamo l'odore acre attorno a noi, come se l'incubo sia diventato, al risveglio, realtà maledetta.

I fotogrammi dello Stade de France riportano spettatori confusi sul terreno che segnò il trionfo della nazionale di Zidane e Thuram nel Novantotto, la belle époque è ormai lontanissima, Saint Denis è un quartiere di vite vissute e difficili, dentro ci sono i milionari, fuori la rabbia e la disperazione. Quel terrorista aveva un biglietto per entrare nella festa, lo hanno bloccato prima che portasse la morte, la strage, lui si è finito facendosi esplodere mentre dentro, dopo lo scoppio delle bombe, qualcuno prendeva a capire che forse non erano petardi di gioia. Ad Hannover era tutto pronto perché la Germania campione del mondo ospitasse in amichevole l'Olanda, così aveva ribadito l'allenatore Loew, perché il calcio e lo sport sanno dimostrare di essere più forti della violenza omicida. I tifosi della Mannschaft e degli Orange avevano riempito le tribune, anche Angela Merkel era pronta a sedersi nel posto d'onore dell'HDI Arena, un nome voluto dallo sponsor, decisamente più agevole da scrivere e da pronunciare del nome antico «Niedersdachsenstadion». Così non era, non è stato. Un ordigno stava per esplodere, così aveva annunciato una segnalazione anonima, la Polizei ha capito che non si trattava della solita telefonata allarmistica e, dunque, crollava anche il mito dell'intelligence tedesca, i vigliacchi dimostravano la sua debolezza, qualcuno si era introdotto nello stadio, beffando i controlli di questi giorni. Hannover sotto assedio, un tam tam angosciante, svuotato lo stadio, camposanto di viventi, fari accesi sul silenzio, sul nulla, sulla paura. Wembley, invece, resisteva ai sospetti, forte della sua isola della regina e del tesoro, un approdo facile per i terroristi che vi hanno installato casa e centri di addestramento alla morte.

Wembley ha saputo resistere alle bombe della Guerra, Wembley e le sue torri hanno voluto accendere i fari su una festa triste, i settantamila hanno cantato e qualcuno ha pianto ricordando chi sarebbe potuto esserci, come al Bataclan, al Carillon, nei boulevard e, invece, il suo posto è rimasto vuoto.

Vuoto come può essere anche uno stadio pieno, pieno di gente costretta a convivere con un nuovo compagno di viaggio, la paura. Il calcio continua la sua storia ma sappiamo che qualcosa è cambiato. La notte ha spento le luci ad Hannover, a Londra, come aveva fatto a Parigi. Il risveglio è difficile.

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