Il virus e gli affari della 'ndrangheta. Alle cosche 45mila euro di fondi Covid

L'indagine della Finanza: otto arresti e sequestri per 7,5 milioni

Il virus e gli affari della 'ndrangheta. Alle cosche 45mila euro di fondi Covid

Fare affari con l'emergenza Coronavirus si può. Niente di nuovo: quella che per la stragrande maggioranza della gente altro non è stata che una calamità, per qualcuno si è rivelato invece un business a molti zeri. Come la maxi frode fiscale nel settore del commercio di acciaio, con società produttrici di fatture false e prestanome, individuata dagli uomini del Nucleo di polizia economico tributaria della Guardia di Finanza di Milano nell'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano e quindi dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dal pm Bruna Albertini. Le indagini delle Fiamme Gialle hanno portato all'arresto di 8 persone legate alla 'ndrangheta e a sequestri che hanno superato i 7,5 milioni di euro. Con uno degli affiliati alle cosche calabresi, attraverso l'emissione di fatture false, che ha presentato e ottenuto 45mila euro per tre società che hanno partecipato alla frode di contributi a fondo perduto per l'emergenza contagio Covid del decreto legge 34 del 19 maggio 2020. Tentando anche di ottenere, ne avevano fatto richiesta, i finanziamenti per il sostegno alle imprese dovute alla crisi del Coronavirus previsti dal decreto legge 23 dell'8 aprile 2020.

Fra i reati contestati: associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alla frode, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e bancarotta fraudolenta. L'organizzazione disponeva anche di numerose armi di ogni tipo e modello.

Dall'inchiesta è emerso che gli arrestati erano contigui al clan Greco di San Mauro Marchesato, che è considerato una emanazione della 'ndrina di Caulonia (Crotone) piuttosto intraprendente anche sul territorio lombardo. Al centro dell'organizzazione c'era proprio un residente di San Mauro, Francesco Maida, che gestiva società intestate a prestanome dei clan. È stato proprio Maida a ottenere gli ormai arcinoti 45mila euro a fondo perduto previsti dal decreto governativo per l'emergenza Covid.

La frode milionaria dell'Iva, realizzata nel settore del commercio dell'acciaio, era aiutata da una fitta rete di società affidate a prestanome. Diverse le imprese italiane che emettevano e registravano fatture false per operazioni inesistenti, arrivando a toccare il «plafond Iva» previsto per i cosiddetti esportatori abituali: in questo modo manipolavano le liquidazioni periodiche per l'imposta sul valore aggiunto.

Per arrivare ai fiancheggiatori delle cosche e ai gestori fittizi delle società fondamentali sono state anche le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che hanno indicato i nomi degli affiliati ai clan che si occupavano della frode.

L'organizzazione inoltre aveva messo in piedi un giro di autoriciclaggio di denaro illecito per oltre mezzo milione di euro avvalendosi di conti correnti bancari aperti in Bulgaria ed in Inghilterra.

Nell'organizzazione è coinvolto anche un cinese residente in Toscana, che aiutava i prestanome dei clan a riciclare le grandi somme di denaro in contante per poi farle sparire in Cina.

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