Lo Zar in crisi si butta sulla propaganda. "Figlio di Peskov combattente Wagner"

Cremlino in difficoltà sulla narrazione dell'Operazione speciale. E il figlio del portavoce (renitente) diventa pure eroe sul campo

Lo Zar in crisi si butta sulla propaganda. "Figlio di Peskov combattente Wagner"

Mentre in tutta la Russia è caccia aperta ai dissidenti (ma anche ai loro avvocati, ormai costretti a fuggire all'estero per evitare di finire a processo come traditori) e si moltiplicano gli sforzi per arruolare in un modo o nell'altro centinaia di migliaia di uomini da spedire al fronte, la propaganda di Stato cozza contro un ostacolo sempre più difficile da valicare: vendere una narrativa accettabilmente positiva di un'«operazione speciale» che non sta andando bene per niente.

Il Cremlino deve raccontare ai russi che la guerra all'Ucraina è cosa buona e giusta, ma non solo: bisogna pure assicurare che tutto fila secondo i piani. E non si sa quale dei due compiti risulti più arduo. Il primo viene affrontato dando fondo alla immarcescibile retorica della «Grande guerra patriottica», ovvero la seconda guerra mondiale che i sovietici cominciarono al fianco dei nazisti, spartendosi con loro la Polonia e incamerando i Paesi Baltici, e conclusero sei anni dopo da alleati degli americani e dei britannici per schiacciare il mostro fascista che nel frattempo aveva tradito Stalin e tentato (fallendo, come sappiamo) di conquistare l'Urss. Il 12 aprile scorso i servizi segreti russi Fsb hanno tentato di compiere un grottesco passo indietro, ricorrendo a un'impossibile acrobazia. Hanno fatto sapere all'agenzia di stampa statale Ria Novosti di avere rinvenuto nei loro archivi documenti «unici» secondo cui l'eccidio di 22mila ufficiali e intellettuali polacchi nella foresta di Katyn sarebbe da attribuire ai nazisti, proprio come aveva sostenuto la propaganda di Stalin a suo tempo. Peccato che le prove della responsabilità sovietica siano talmente lampanti che perfino il Parlamento russo nel 2010 aveva ufficialmente condannato Stalin come mandante.

Il più sfacciato revisionismo storico non basta a portare genuinamente dalla parte di Putin l'opinione pubblica russa. Ed ecco dunque che il secondo problema (raccontare che l'«operazione speciale» impantanata da nove mesi a Bakhmut è un successo) viene malamente risolto con un duplice salto mortale: da una parte pompando al massimo la verità ufficiale che equipara la guerra ai «nazisti ucraini» al dovere patriottico di ottant'anni fa, dall'altra cancellando le partecipatissime «marce degli immortali» del 9 maggio: ovvero le sfilate in cui, nell'anniversario della vittoria del 1945, vengono esposti i ritratti dei caduti. La cancellazione viene spiegata con ragioni di sicurezza, alludendo al rischio che «terroristi al soldo di Kiev» compiano attentati, ma è più verosimile che si voglia così evitare che troppa gente porti in piazza le foto dei caduti in Ucraina, evidenziando così la strage di soldati russi che vi sta avvenendo.

A tutto ciò, immancabile, si aggiunge il sinistro Prigozhin.

Il capo di Wagner da una parte imbarazza Putin smentendo l'assurdità di un'Ucraina governata dai nazisti, ma dall'altra gli strizza l'occhio raccontando che Nikolai Choles, figlio del suo portavoce Dmitry Peskov, noto per aver cercato di schivare la chiamata alle armi, si è arruolato da volontario nella sua milizia dove si sarebbe distinto al fronte «con le ginocchia nel fango e nella m»: nessuno oserà dubitarne.

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