Prodi brucia la proposta Mastella: «Non ci ritiriamo dall’Afghanistan»

Ma nel centrosinistra restano in molti a chiedere di fare retromarcia sulla missione a Kabul. Il Polo: presenza fondamentale per battere il terrorismo

Emiliano Farina

da Roma

«Il governo non diminuirà le truppe italiane presenti in Afghanistan». Romano Prodi ha scelto proprio la festa dei Popolari-Udeur per bruciare la proposta del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, sul ridimensionamento dell’impegno militare a Kabul. E far fronte al «massiccio impegno in Libano». Il premier ha spiegato che «l’Italia ha preso un accordo con la comunità internazionale» e che «non ci sono le condizioni per diminuirlo o aumentarlo».
La polemica è nata dall’esternazione del leader del Campanile sulla possibilità di alleggerire il numero dei soldati italiani in Afghanistan perché «non siamo in grado di permetterci né i costi, né i rischi». Toccato nel suo ruolo di ministro della Difesa, Arturo Parisi aveva rimesso in riga il collega. «Sono due questioni separate, l’impegno a Beirut è compatibile con altre missioni dell’Italia all’estero». Tra i protagonisti della disputa, da una parte la sinistra radicale (che appoggia la proposta di Mastella), e dall’altra quella governativa schierata a favore di Parisi. La Cdl non ci sta: «Le truppe in Afghanistan non si toccano, sono fondamentali nella lotta al terrorismo islamico».
A sostegno dello smantellamento della missione afghana, arriva Paolo Cento (verdi). «Per ora le spese sono state coperte con le maggiori entrate fiscali emerse nel corso dell’anno, ma tutto ciò non può diventare strutturale perché le maggiori entrate servono per ridurre il deficit e mantenere la qualità dei servizi sociali». Sulla stessa linea di pensiero c’è Gennaro Migliore (Prc). «Bene Mastella - dice dalle colonne di Repubblica - perché la missione in Afghanistan è legata alla strategia della guerra preventiva». Pino Sgobio (Pdci) plaude al guardasigilli. «La sua proposta segna una svolta decisiva nel dibattito politico del Paese».
Oltre a Prodi, a scomunicare Mastella ci pensa l’ala della sinistra più moderata. Roberto Villetti (Rnp) avverte che «non ha senso riaprire il capitolo Afghanistan». Il leader dello Sdi, Enrico Boselli, invita il guardasigilli a «occuparsi dei problemi della giustizia: laggiù hanno bisogno di noi», dice alla Repubblica. Franco Monaco (Ulivo) è convinto che «quel multilateralismo che ci guida ci vincola anche a onorare il nostro impegno in Afghanistan».
Dalla Cdl arrivano parole di fuoco. «La proposta di Mastella è inammissibile - s’infervora Margherita Boniver (Fi) - l’Italia è una protagonista essenziale nella lotta al terrorismo». Per Gianfranco Rotondi (Dc) abbandonare Kabul significherebbe «compromettere il ruolo internazionale che il governo Berlusconi ha lasciato in eredità all’Italia».
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, prosegue nella campagna di promozione della politica italiana ed europea nel mondo. In un intervento sul Wall Street Journal ha spiegato che «se applicata pienamente, la risoluzione 1701 aiuterà a proteggere sia la sicurezza di Israele, sia il futuro di una fragile democrazia araba». Quindi ha snocciolato gli obiettivi della missione («garantire al governo libanese la piena sovranità sul suo territorio») e la necessità dell’evoluzione di Hezbollah che «pur avendo precedenti terroristici, deve diventare un movimento puramente politico e nonviolento». L’altro passo è un’intervista sul Corriere. «Dopo l’Irak sembrava che l’unica soluzione fosse la forza, oggi torna la politica», ha detto il vicepremier, «l’unilateralismo della prima amministrazione Bush è fallito e l’idea di affrontare il terrorismo fondamentalista con una “crociata” è sbagliata».
L’atteggiamento di D’Alema ha suscitato forti critiche tra le fila del centrodestra. «La sua autoglorificazione è fuori luogo, il governo non ha ancora raggiunto risultati particolari», lo bacchetta Elio Vito (Fi).

Secondo l’azzurro Sandro Bondi, il ministro dovrebbe ricordare che «se in Medio Oriente si è aperta una nuova fase, il merito è anche del governo Berlusconi che ha saputo mantenere rapporti di solidarietà con gli Stati Uniti mentre gran parte dell’Europa si sottraeva alle proprie responsabilità».

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