Quante emozioni col sax di Sonny Rollins

Splendido show del 76enne re del jazz. Ad applaudirlo Piero Angela e Silvio Orlando. Nel bis «Non dimenticar»

Fabrizio De Feo

da Roma

E dire che a lui, icona vivente dell'età d'oro del jazz, il pubblico perdonerebbe anche una performance da impiegato di concetto, un cartellino timbrato con qualche lampo improvviso e qualche emozione fabbricata con materiali di risulta. E invece no. Nella sua unica data italiana all'Auditorium di Roma per la rassegna Santa Cecilia it's wonderful, Sonny Rollins, con Lester Young e John Coltrane il più grande sax tenore di tutti i tempi, si presenta con un «black group» di suoi giovani colleghi e suona alla grande, senza risparmiarsi, disegnando le sue improvvisazioni con un'energia torrenziale che lascia stupiti.
Rollins, 76 anni riconoscibili dalla sua andatura curiosamente caracollante, vestito interamente di nero con una sciarpa di seta bianca al collo - un'eleganza antica che richiama le star degli anni '40 avvolte nel loro «tuxedo» come in una sorta di divisa del jazz - sale sul palco travolto da una prima ovazione del pubblico romano. La sala è gremita, con tanti illustri appassionati - da Piero Angela a Silvio Orlando, da Nicky Nicolai a Stefano Di Battista, da Daniele Sepe a Nunzio Rotondo omaggiato di un affettuoso saluto dallo stesso Rollins - venuti ad assistere a quello che ha a tutti gli effetti il carattere dell'evento. Il «colosso del sax», soprannome mutuato da una delle sue più illustri incisioni, parte piano, come un diesel ad accelerazione morbida. Lascia spazio ai suoi colleghi sul primo brano. Poi imbraccia il suo sax ed inizia la festa. La festa sì, perché Rollins non è un guerriero delle note, non è un musicista che esprime preferibilmente rabbia e dolore. Il suo è uno stile pieno di invenzioni, rapsodico, coinvolgente, solare, imprevedibile. Quello di un geniaccio che ha avuto il solo difetto (o il pregio) di non prendersi mai sul serio, come dimostra anche la formula del suo recital: «Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di blu».
Certo chi si aspetta il bebop energico che ha caratterizzato alcuni suoi lavori degli anni '90 trova altro. Trova il ritorno ai classici e all'essenza del jazz del suo ultimo This is what I do che è puro Rollins, ovvero un'artista che trasforma ogni incisione o concerto in un veicolo di straordinaria esplorazione all'interno dei classici. Rollins, d'altra parte, è in grado di improvvisare su un tema per lunghissimo tempo, sempre con nuove invenzioni, senza adagiarsi sui giri armonici ma continuando a parafrasare e a reinventare la melodia, senza fermarsi mai, grazie anche a quella respirazione circolare che trasforma i suoi assoli in un moto perpetuo, in un viaggio senza soste forzate. Il tutto corredato dalla sua gioia di vivere - quella di un uomo passato attraverso la tenaglia della droga e arrivato a un passo dall'esserne stritolato - che si esprime attraverso il suo amore per il calypso e i ritmi sincopati delle musiche caraibiche, come testimonia Salvador, pezzo di apertura del suo recital. Il resto è emozione pura, con alcune perle come la splendida, antica Serenade a regalare brividi e una rilettura dello standard A nightingale sang in Berkeley Square a dimostrare quanto sia infinita la gamma di trasformazioni che il sax di un gigante della musica può regalare a una melodia.

Il finale è fatto di standing ovation in sequenza, dedicate a un musicista al suo sesto decennio di attività. E di un uomo anziano, capelli e barba bianca, che ringrazia in italiano e attacca Non dimenticar. Un bis scelto per fare quello che gli piace di più fare: regalare gioia al suo pubblico.

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