Quei misteri irrisolti sulla morte di Walter Tobagi

Cattolico e socialista, era accusato per i suoi servizi e demonizzato come sindacalista, infine considerato un eretico del «pensiero unico» di quegli anni. Ma su quell’omicidio le indagini si fermarono

Gianluigi Da Rold

Dopo venticinque anni, il delitto di Walter Tobagi è chiaro, anche troppo, nell'azione criminale di quei giovani della Brigata «28 Marzo». Ma è ancora oscuro, sconosciuto e parzialmente nascosto, il contesto in cui maturò. L'Italia è un Paese affetto da numerose anomalie, quella della «rimozione» è quasi una malattia endemica. Venticinque anni sono pochi, in un Paese come questo, per una verità più completa. Basti pensare cha a sessant'anni dalla Liberazione, sui testi di scuola dell'Italia repubblicana, non si scrive ancora il nome del presidente del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia: Alfredo Pizzoni. «Pizzoni ? Chi era costui?», scriveva polemicamente contro gli storici della «vulgata» resistenziale Renzo De Felice. E, anche per queste ragioni, il Pci del tempo chiedeva la cacciata di De Felice dall'Università.
Quindi: Tobagi? Chi era costui?
Era un giovane inviato speciale del Corriere della Sera, con una grande cultura storica che si interessava, e ne scriveva con passione, a tutti i fatti politici, sociali e culturali del suo Paese. Walter Tobagi era l'esatto contrario del cosiddetto «giornalista brillante» italiano. Non leggerete mai in un suo «pezzo» un'allusione ironica o un aggettivo immaginifico e sopra le righe, ma troverete sempre un’ordinata ricostruzione di fatti, notizie, informazioni verificate, deduzioni logiche e chiare. Era figlio di un'Italia che aveva come riferimento la cultura e il giornalismo dei grandi Paesi democratici dell'Occidente.
Walter Tobagi era un giovane cattolico e socialista. Non me ne voglia Giampaolo Pansa (a cui Tobagi voleva molto bene e da cui era ricambiato) se specifico: cattolico, non solo cristiano. E se aggiungo socialista con un riferimento a Bettino Craxi, cioè craxiano, come lo definivano purtroppo i suoi numerosi denigratori, così come lo bollò il lugubre volantino (che non era solo un documento d'accatto) dei suoi killer. Legame ideale tuttavia che non incrinava l'indipendenza di giudizio di Tobagi e tanto meno la sua autonomia nel mondo del giornalismo.
Walter Tobagi era diventato anche il rappresentante più scomodo nel sindacato dei giornalisti del Corriere della Sera, cioè nel Comitato di redazione e il presidente più scomodo dell'Associazione lombarda dei giornalisti, fondando al tempo stesso una nuova corrente sindacale «Stampa democratica», che aveva rotto il conformismo, il «pensiero unico» di quegli anni: il consociativismo perseguito con tenacia dalla corrente di Rinnovamento. Una corrente sindacale maggioritaria, egemonizzata da giornalisti cattolici di sinistra e da comunisti, in cui si trovava bene anche la maggioranza dei socialisti del Psi, che forse non avevano ben compreso quello che stesse avvenendo al Corriere e nel sindacato dei giornalisti.
Qui entriamo nel cosiddetto contesto di quel tempo, la fine degli anni Settanta. Le Brigate rosse, che alcuni chiamavano «sedicenti» Brigate rosse, terrorizzavano il Paese. Il Palazzo si difendeva con una ammucchiata cattocomunista, con un consociativismo ferreo che non tollerava deroghe o linee politiche alternative. I grandi poteri finanziari, industriali e politici pensavano a un grande accordo con il Pci e i sindacati. I problemi della «ditta» venivano prima dei cosiddetti valori.
Quindi non si poteva parlare male dei sindacati e del Pci nemmeno all'interno del «grande giornale borghese», del Corriere della Sera. Non si poteva parlare male del comunismo nel mondo della cultura e del giornalismo. L'Italia del consociativismo arrivò a boicottare, con la regìa del Pci, dell'Urss e la fattiva collaborazione di tanti grandi industriali italiani, persino la Biennale del 1977, quella dedicata ai dissidenti incarcerati alla Lubjanka e nel Gulag.
Pensate che cosa poteva capitare a un giovane giornalista che, studiando, informandosi e scrivendo di terrorismo, vedeva chiaramente l'«album di famiglia» da cui arrivavano comunicati, documenti e analisi dei brigatisti. Pensate che cosa poteva capitare a un bravo cronista che riconosceva le premesse del terrorismo nell'estremismo (così come disse il comunista Giorgio Amendola) seminato per anni in Italia.
Il giovane Walter Tobagi, cattolico e socialista craxiano, divenne un eretico del «pensiero unico» di quegli anni. Fu attaccato come giornalista, demonizzato come sindacalista al Corriere, nell'Associazione provinciale e nella Federazione nazionale. Su tutte quelle risse (sic), su tutti quegli attacchi subiti da Walter nelle assemblee sindacali si è preferito stendere il velo del silenzio, si è arrivati quasi alla banalizzazione di una contrapposizione «politica accesa».
Il delitto di Walter Tobagi fu dibattuto in un processo che comprendeva tanti altri fatti di terrorismo. Non meritava quindi un processo ad hoc. Il padre di Walter, Ulderico Tobagi, è morto all'inizio di febbraio di quest'anno. Non riuscì mai ad accettare quella spiegazione ufficiale, così come alcuni amici di Walter.

Forse non c'è nessuna relazione tra l'attività eretica di Walter Tobagi, nel giornalismo e nel sindacato dei giornalisti, e il suo crudele assassinio. Ma il fatto che, ancora a 25 anni dal delitto, non si sia indagato più a fondo e addirittura ci si indigni quando qualcuno si pone domande e ricorda il contesto di quel tempo, lascia esterrefatti.

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