Quel pasticciaccio di Casalbaroncolo

Laggiù in fondo alla pianura, dove finisce Parma e comincia l’autostrada, c’è un morto che cammina. Dead man walking, un modo di dire con le gambe, un bersaglio, un colpevole sociale al quale bisogna solo appiccicare un movente. È Paolo Onofri, il papà del piccolo Tommaso, 17 mesi, rapito 22 giorni fa alle otto di sera. Da quel momento il buio, e non solo perché durante il sequestro era mancata la luce.
Ventun giorni di indagini che presumiamo indefesse, approfondite e a vasto raggio (quest’ultima cosa la presumiamo meno). Ventun giorni di piste intrecciate fra i carabinieri, i pm di Bologna e quelli di Parma, la Dda, il Ris e lo Sco. Ventun giorni di sigle, di interviste davanti al cascinale di Casalbaroncolo, di interventi televisivi il cui ruggire è mitigato soltanto dalle esigenze della campagna elettorale. Ventun giorni di ipotesi e in definitiva di nulla. Un Nulla che allontana dall’obiettivo di liberare il piccolo Tommy, un Nulla che fa diventare dettaglio la necessità del piccolo di prendere due volte al giorno il Tegretol, medicinale antiepilettico. Un Nulla sormontato da una faccia rubizza: quella di Paolo Onofri, suo padre.
Non che l’uomo ci stia particolarmente simpatico. Non che le sue troppe zone d’ombra ci lascino indifferenti. E quelle 391 fotografie «da vomito» rinvenute nel suo computer (bimbi violentati, giovanissime orientali incitate ad accarezzarsi fra loro, pedofilia spinta) prima o poi dovrà pure spiegarle per bene. Ma al di là di questo, riguardo alle sorti di suo figlio, contro di lui gli investigatori non hanno in mano niente. E il tempo passa. In ventun giorni è trapelato di tutto, dalle procure e dai commissariati sono filtrati spifferi a orologeria finiti prontamente sui giornali. Il garage sigillato, l’accusa di pedofilia, i 190 milioni divisi con la sorella, i libretti postali dei detenuti, persino i locali di lap dance che frequentava «e nei quali può aver conosciuto personaggi strani, legati alla malavita». Risultato: nessun movente, nessuna traccia dei rapitori e un panorama ingombro solo di vuote analisi psicologiche.
Più che cercare il piccolo Tommaso, a Parma si è assistito - in perfetto stile reality - al pedinamento del padre in attesa che commettesse un passo falso. Ma solitamente ciò accade al coperto, in silenzio. Anche nei telefilm in cui gli specialisti del Ris se la cavano meglio che nella realtà, l’indiziato numero uno è il meno consapevole di esserlo. Lo si lascia libero di agire, compromettersi, sbagliare, cadere in trappola. Vale la regola aurea del poker: «Se dopo mezz’ora non hai ancora capito chi è il pollo, significa che il pollo sei tu. Ma ormai è tardi».
L’esatto contrario di ciò che avviene a Parma, dove tutti aspettano che un uomo crolli in mondovisione. Dove i pm chiedono il silenzio stampa e dopo tre giorni annunciano col megafono di aver indagato Onofri per pedofilia. Dove i responsabili dell’inchiesta passeggiano dentro una casa percorsa da familiari, parenti, semplici conoscenti, giornalisti, marescialli, Sherlock Holmes con la lente. E solo due settimane dopo questo scempio si ricordano di far sigillare la casa-teatro del rapimento. Come a Cogne, più che a Cogne. L’inquinamento delle prove è una nostra specialità come la pizza Margherita.
Per i nostri investigatori non è un buon periodo. E la sovraesposizione dei tempi di Mani pulite ha lasciato in eredità il veleno più letale: l’approssimazione. In Italia, quando un caso di cronaca nera finisce in prima pagina e ci resta, raramente viene risolto. Ricordiamo la strage di Novi Ligure e l’omicidio di Leno. Tutti e due opera di minorenni, inesperti, emotivi, crollati dopo frasi compromettenti rubate da intercettazioni ambientali. Il resto, al di là delle fanfare e dei copioni di Rai fiction, è una mezza Waterloo.
La fine di Francesca Vacca Agusta è ancora avvolta nei flutti davanti a Portofino, Simonetta Cesaroni non ha mai avuto giustizia, Denise Pipitone viene avvistata ovunque come una stella d’estate fra lo strazio dei suoi genitori. Alberica Filo della Torre riposa senza pace e i tabloid inglesi, a distanza di 15 anni dall’assassinio dell’Olgiata, continuano a scrivere «Who killed contessa?».


Già, e dov’è Tommaso? Lo chiediamo a tutti coloro che ritengono giusto, per rispondere, stare immobili a monitorare i movimenti di quel padre ambiguo sotto i riflettori. Con l’attenzione dell’entomologo che osserva una coccinella muoversi su una foglia. Jünger le chiamava cacce sottili. Queste sono invisibili.

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