La religiosità taciuta di Wittgenstein

Per il filosofo, "ciò di cui non si può parlare" non è che non esista: anzi, è ciò che più conta

La religiosità taciuta di Wittgenstein

«Noi sentiamo che seppure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati. Certo, non rimane allora alcuna domanda; e questa è appunto la risposta» (Tractatus 6.52).

Nella Prefazione al Tractatus, Wittgenstein scriveva: «Ciò che si può dire può dirsi con chiarezza»; e nella Conclusione afferma che: «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Dobbiamo tacere di tutto ciò su cui la scienza resta silenziosa; ma ciò di cui la scienza non parla è quanto più conta per noi. E i neopositivisti, mentre accettarono la prima metà di questa proposizione, non seppero vedere che essa, per Wittgenstein, ha senso solo se non viene separata dalla seconda metà. Commenta Paul Engelmann, l'architetto e amico che di Wittgenstein ben conosceva i pensieri: «Tutta una generazione di allievi poté considerare Wittgenstein un positivista, poiché egli aveva qualcosa di enorme importanza in comune con i positivisti: aveva tracciato la linea di separazione tra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si deve tacere, cosa che anch'essi avevano fatto. La differenza è soltanto che essi non avevano niente di cui tacere. Il positivismo sostiene e questa è la sua essenza che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita. Invece Wittgenstein crede appassionatamente che tutto ciò che conta nella vita umana è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di vedere, dobbiamo tacere. Quando ciononostante egli si prende immensa cura di delimitare ciò che non è importante, non è la costa di quell'isola che egli vuole esaminare con tanta meticolosa accuratezza, bensì i limiti dell'Oceano».

Engelmann insiste: «Che il tentativo fatto da Wittgenstein nel Tractatus corrisponda a un successo o un fallimento, il significato fondamentale del libro, credo, resta comunque inalterato. Esso consiste nell'aver stabilito la separazione irrefutabile tra la sfera più alta, che esiste, e la sua espressione, che è problematica, e nell'aver mostrato il fondamentale carattere dubbio di tale espressione. E una comprensione di questo filosofo incoraggerà il vero credente a non intimorirsi di fronte all'avanzare della scienza, per quanti successi possono essere stati ottenuti in quel campo: infatti il suo dominio si arresta là dove inizia ciò che solo conta per lui. E come si potrebbe credere che un lavoro come il Tractatus abbia potuto essere scritto da un uomo con un talento limitato alla logica? In effetti, il suo autore era un uomo dalle notevoli capacità in quasi tutti i campi dell'attività intellettuale, tanto irrazionali quanto razionali. Le sue intuizioni estetiche ed etico-religiose si sarebbero probabilmente dimostrate di gran lunga superiori alla contemporanea letteratura accademica irrazionale, e avrebbero esercitato un'influenza non minore, se esposte in un lavoro filosofico, di quella che il Tractatus ha effettivamente esercitato nella sua rottura logico-filosofica. Ma egli riteneva e giustamente che i punti essenziali su tali questioni fossero già stati esposti, anche se implicitamente, nel Tractatus». Ecco poi una preziosa chiarificazione di Wittgenstein sulla nondicibilità dell'etico: «La mia tendenza e, io ritengo, la tendenza di tutti coloro che hanno mai cercato di scrivere o di parlare di etica o di religione, è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Quest'avventurarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L'etica, in quanto sgorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l'assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice, non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza nell'animo umano che io personalmente non posso non rispettare profondamente e che non vorrei mai, a costo della vita, porre in ridicolo». Nel 1929, al suo allievo Maurice Drury che gli confidava di avere l'intenzione di diventare prete anglicano Wittgenstein faceva presente: «Se una persona decide di farsi prete, non sarò certo io a prenderla in giro. Chi si diverte a prendere in giro certe cose è un ciarlatano o anche peggio. Per contro, non posso neppure approvare la sua scelta; no, proprio non posso».

E perché mai? «Provi solamente a pensare dice Wittgenstein a Drury cosa significhi dover fare una predica ogni domenica. La mia paura è che lei arrivi a elaborare una interpretazione o una giustificazione filosofica della religione cristiana. I simboli del cristianesimo sono bellissimi, sono cose che non si riescono a esprimere con le parole, ma quando la gente tenta di trarre da essi un sistema filosofico, mi sembra che sia un fatto raccapricciante . Russell e i pastori sono riusciti insieme a provocare danni infiniti, davvero infiniti».

E più tardi, nel 1939, Wittgenstein confessa ancora a Drury: «È un dogma della chiesa romana che l'esistenza di Dio possa essere spiegata attraverso la ragione naturale. Solo per questo dogma sarebbe cosa impossibile per me essere cattolico».

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