"L'unico atto di sincerità è la follia"

Ecco l'ultimo testo scritto in romeno di Emil Cioran. Pagine disperate e assolute

"L'unico atto di sincerità è la follia"

Siamo incapaci di raccontarci. E se parliamo dei terribili mormorii della carne e dello spirito, è perché non siano compresi dagli altri. La nostra stessa confessione ci occulta. Se un solo brivido si animasse, gli astri abbandonerebbero il cielo e si stenderebbero come un balsamo sulle ferite del corpo e della mente. Ma non si gridano le proprie angosce senza mettere a repentaglio la ragione. Di fronte all'assoluto, la follia è l'atto di sincerità per eccellenza. Da qualche parte, siamo tutti degli insensati. L'aria che respiriamo è un ospizio dove la ragione conserva illusori sprazzi di luce. Nel mondo, l'oscurità non è l'improbabile, ma la certezza delle nostre ossa. La notte geme nel loro midollo e in quello dei pensieri. La luce rende l'anima nelle caviglie, nel cranio. E davanti al suo tremolio, qualcuno volta l'ultima pagina dello spirito.

Frammento 72

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Ciò che di buono o di cattivo avviene tra gli uomini si riduce alla paura della solitudine. Da essa procedono l'amore e il crimine, Dio e il Diavolo, le istituzioni e l'anarchia. Nessuno si sopporta sino in fondo. Il pensiero dev'essere spartito in due; le emozioni condivise, i brividi espressi. Noi amiamo per bisogno che qualcuno ci conosca sino in fondo, per desiderio di sfuggire alla nostra propria intimità, per paura che, senza questo qualcuno, il pensiero si elevi verticalmente verso la volta celeste per poi crollare senza eco. In confronto alla desolazione del cuore, una compagnia funebre sembra un concerto. Negli occhi femminili, leggiamo domande o risposte, quasi fossimo nati dal dialogo o per il dialogo.

Così ha inizio la nostra esistenza; interroghiamo i nostri genitori. Ma che potrebbero dirci? Dopodiché le persone che ci sono vicine e gli amici. Con loro, è lo stesso. Le nostre amanti? Esse provano a risponderci. In amore abbiamo almeno l'illusione di una risposta... Se la donna potesse dirci tutto ciò che trepida nella nostra attesa, troveremmo compimento nell'amore e termineremmo con lei il nostro incerto andare. Così, invece, proseguiamo il nostro cammino.

Si interroga Dio. Perché non ci salverebbe per sempre? Egli tace. Tace... Le distese non hanno risposto all'uomo che per fare riecheggiare a lungo il suo gemito. Perché nello spazio coesistono non gli oggetti ma i sospiri. Spaventato da sé stesso, l'uomo fugge nell'immensità, in cerca dei suoi fratelli di spavento. Ogni individuo è un compagno di sconforto. Quando tendiamo la mano a qualcuno, vi deponiamo una parte del fardello della nostra inquietudine. Gliela stringiamo mossi non da una gioia pura, ma dalla complicità che unisce due solitudini. Quando sorridiamo a qualcuno, ci riposiamo del nostro isolamento: grazie a questo sorriso, rivolto a quanti condividono la stessa sorte, alleviamo la nostra condizione.

A tal punto la solitudine è connaturata all'essere umano che quando questi, nel raro incontro con l'altro, spinto dal presentimento dell'amore assoluto, abbandona la propria solitudine, finisce con l'annullarsi nel desiderio della morte. L'essere vive inevitabilmente segnato dalla maledizione di non poter incontrare in modo totale nessuno. Quando sopraggiunge l'eccezione, la vittoria si trasforma in smacco. L'amore non sopprime nella vita l'individuazione. L'amore resta l'interrogativo più grave, e gli amanti, vittime dell'impossibile. Essi espiano l'audacia di avere eliminato la maledizione iniziale della creatura. Amando con sconfinata passione, superando i propri limiti, si rischia la vita. La natura però non vuole altro che individui, uno stuolo di solitari che fa incontrare per un attimo, e subito separare.

Sulla nostra fronte sta scritta la parola "solitudine" niente al mondo potrà cancellarla senza che ne paghiamo il prezzo. Siamo creature erranti: le leggi dell'universo vigileranno affinché non ci forniamo l'un l'altro un riparo. La condizione di diseredato dell'uomo è l'identità con sé; il senso della cacciata dal paradiso, la sua caduta in sé stesso. L'uomo si è scoperto solo: lo è non per castigo, ma perché egli è. La solitudine è infatti il senso precipuo dell'essere e, in quanto solo, l'essere è maledizione. In paradiso, noi non eravamo. Ecco perché ci incontriamo tutti così facilmente... ecco perché eravamo tutti!

Frammento 73

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Non avendo scoperto alcuna melodia nell'anima umana, non vi ho indugiato. Ovunque i miei sensi hanno cercato il canto: l'esistenza ne è priva, e così mi è stato negato. La più profonda perspicacia non scova nei nostri simili altro che un tritume di idee, una sensibilità indegna di sfiorare le armonie del mondo. Nelle mie vene sarà fluita troppa musica? Altrimenti, come mai le cose mi soggiogano al punto da farmi vivere in parallelo al loro ritmo? Amare le apparenze fino al delirio e, attraverso lo spirito, divorziare dall'universo! Miasmi che trasudano in un calice...

Mi sono espulso da solo da ogni paradiso, ho contrapposto alle religioni le frasi riconosciute come vere dallo spirito e ucciso in me la voglia di andare avanti. Sono rimasto così, con i misteri disfatti, fermo al primo capitolo della Genesi...

Frammento 110

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