Venezia, il teatro perfetto dove l'innamorato Byron mise in scena il suo mito

In una nuova selezione di lettere, le peripezie sentimentali ed esistenziali del poeta in esilio

Venezia, il teatro perfetto dove l'innamorato Byron mise in scena il suo mito

«Stavo a Venezia sul Ponte dei Sospiri; in una mano un palazzo, un carcere nell'altra»... È l'aprile del 1818, Byron è a Venezia ormai da un anno, ha lasciato l'Inghilterra da due e in questa prima strofa del quarto canto del Childe Harold allora pubblicata il perché di un esilio e di una nuova patria non potrebbe essere, sia pur simbolicamente, più esplicito: i palazzi della Serenissima e il loro incanto da un lato, gli esecutori giudiziari a Piccadilly Terrace, i suoi libri all'asta, la moglie che chiede ai tribunali di dichiararlo pazzo, i sospetti di un incesto con la sorellastra, l'incubo insomma del carcere dall'altro... Come scriverà a un amico: «Non puoi aver dimenticato le circostanze per le quali lasciai l'Inghilterra, né le voci sul mio conto. Se esse erano vere, io non ero adatto all'Inghilterra, se false, l'Inghilterra non si adatta a me». Aveva ventotto anni, era diventato famoso che ne aveva appena ventisei, gli restavano ancora una manciata d'anni da vivere...

Venezia fu per Byron una folgorazione e insieme una conferma. Era «l'isola più verde della mia immaginazione», divenne il palcoscenico di una nuova maturità e insieme della decadenza. Silenzio, amoralità, feste, nuotate, cavalcate. Un viaggiatore scriverà che in tutta la città c'erano solo otto cavalli, quattro di bronzo sulle porte della cattedrale e quattro vivi al Lido, quelli di Byron. Una litografia di J. Dash, Lord Byron a Palazzo Mocenigo, rende la grandiosità funerea di spazi sterminati, secoli di storia, ossessioni titaniche, solitudini di scrittura.

«Non vivrò a lungo e perciò devo vivere finché posso. Quel che guadagno lo spenderò per i miei coglioni - finché mi rimarrà anche un solo testicolo» scrive nel 1919 ai suoi legali. «Lavorerò la miniera della mia gioventù fino alla ultima venatura del metallo e poi - buonanotte. Avrò vissuto e sarò contento» aveva scritto l'anno prima all'amico Thomas Moore. E ancora: «Sono le quattro, e l'alba scivola sul Canal Grande, e scioglie Rialto dalle ombre. Devo andare a letto e ho vegliato tutta la notte ma (...) È vita, tuttavia, accidenti a me se è vita!»

Arrivato ad aver «appena doppiato i ventinove anni» Byron sentiva «la spada uscire dal fodero», ma non per questo si rassegnava: «Se vivrò altri dieci anni, vedrai che non sono ancora finito - scriveva sempre al fidato Moore - non intendo in letteratura, quello è niente; sembrerà strano a dirsi, non penso sia la mia vocazione. Ma vedrai che farò qualcosa - tempo e fortuna permettendo - che come la cosmogonia o creazione del mondo sconcerti i filosofi di ogni tempo». Sapeva essere un buon giudice di sé stesso, sapeva a quali rischi andava incontro nel suo coniugare vizi e letteratura... «I capelli mezzi grigi e le zampe di gallina prodighe delle loro indelebili impronte, i denti ancora lì per titolo di cortesia», a trentasei anni Byron sembrava destinato a divenire la propria caricatura, «cavaliere servente» di professione, legato a filo doppio alla ventenne Teresa Guiccioli, dieci cavalli, otto cani, tre scimmie, cinque gatti, un'aquila, un falcone, cinque pappagalli, due porcellini d'India, una cicogna a sottolineare le bizzarrie di un treno di vita che da Venezia a Ravenna, a Pisa, a Genova gli impone il suo personaggio, il mito che ha contribuito a creare e che lo soffoca. Sarà la Grecia a liberarlo da tutto questo, l'idea dell'azione a scioglierlo dal rischio di contemplare la propria decadenza. Per inciso, il Byron politico è molto più avveduto dei tanti artisti patrioti tutto ardore, ma poca capacità organizzativa e nessuna intelligenza critica. Sa che i greci sono poca cosa, rissosi e imbroglioni, sa che i turchi non sono da disprezzare. Sa essere fermo, capace, buon giudice: non gioca, non si atteggia. Se lo portano via la malaria e l'epilessia, cure sbagliate, un fisico che non regge più. La morte di Byron, il quadro di Joseph-Denis Odevaere, un allievo di David, rimanda a quello di Marat dipinto dal maestro e prepara, cent'anni dopo, l'immagine del Che steso su una barella sgangherata nella lavanderia dell'ospedale Vallegrande in Bolivia, estrema icona byroniana del XX secolo.

I brani epistolari prima riportati fanno parte di L'amante scatenato. Lettere veneziane (1816-1819) che De Piante editore manda ora in libreria (traduzione e cura di Paola Tonussi, prefazione di Giuseppe Scaraffia, pagg. 209, euro 16), frutto di una scelta molto più ampia rispetto a quella operata una trentina di anni fa da Masolino d'Amico nel suo ormai classico e tuttora imprescindibile Lord Byron. Vita attraverso le lettere (Einaudi). Grazie a questa nuova selezione, il ruolo, la personalità, l'esistenza stessa di Byron assumono maggior splendore e, come nota Scaraffia nella sua come sempre impeccabile introduzione, sostituiscono quel diario veneziano che Byron non scrisse mai: «La felicità non ha bisogno di appunti, bastano queste magnifiche lettere di una libertà assoluta». In esse c'è spazio per il suo disprezzo per l'opinione pubblica, «non adulerò mai l'ipocrisia della moltitudine in alcun modo, l'opinione pubblica non ha mai guidato né mai guiderà me». Per un'analisi dell'animo femminile: «In genere le donne sono noiose per disposizione»; «una donna non si perde mai - hanno sempre il diavolo accanto». Per il suo particolare concetto di fedeltà: «È lo spicciolo dell'amore, che si esige con tanta severità, si riceve in moneta falsa, e si ripaga con metallo vile». Eppure, «lascerò l'Italia e come ho lasciato l'Inghilterra per mia moglie - ora lascio l'Italia per la moglie di un altro»...

Testamento di un poeta che prende la vita a morsi, L'amante scatenato è anche un mirabolante quanto composito catalogo di conquiste femminili: c'è l'intellettuale e c'è l'illetterata, c'è la virtuosa e c'è la scatenata, c'è la nobildonna e c'è la popolana, la mora, la rossa e la bionda, la giovane, la matura e financo l'anziana. «Tutte troie» è la chiusa finale dell'elenco... Alcune, come la Fornarina, erano tipi speciali. A Byron che l'aveva chiamata «vacca», risponderà «vacca tua, celenza». Quando facevano l'amore, se suonavano i rintocchi di una campana si faceva il segno della croce e poi riprendeva a cavalcare... A Marianna Segati che accampava diritti di primogenitura sul poeta replicherà: «Non sei sua moglie e io non sono sua moglie. Sei la sua donna e io sono la sua donna. Tuo marito è cornuto come il mio. Per il resto, quale diritto hai di rimproverarmi se lui preferisce ciò che è mio a ciò che è tuo? Che colpa ne ho io?». Il negozio di merceria del marito della Segati si chiamava Il corno. Lo ribattezzò Il corno inglese. Il bello della Fornarina, commentò Byron, «è che non sa né leggere né scriver. E così non può perseguitarmi di lettere».

Venezia fu lo scenario perfetto dove allestire la rappresentazione di una vita. Il sipario calò su di lui che la lasciava in carrozza per seguire a Ravenna la contessina Guiccioli e, come scrive Scaraffia, «gli piaceva pensare di esserne innamorato. E magari lo era davvero».

Eppure: «Sono stato un cultore di tresche, un marito, e ora sono un cavaliere servente. Per tutti i santi! - è una sensazione strana ma loro si aspettano che sia per la vita - pertanto presumo - con esclusione della longevità - Ma siamo seri se possibile»...

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