
Supercoppa atto secondo, si potrebbe dire. Protagonisti a Riad come a San Siro, in un modo o nell'altro. Con i gol, con il peso sull'economia di una partita stavolta sì giocata sino in fondo. Tammy Abraham e Hakan Calhanoglu, tante consonanti per una parola semplice come gol. Il suo posto nella storia rossonera, l'inglese ormai se l'è conquistato. Come Gianni Comandini, come Matteo Gabbia. Di più. Non era bastato quel gol di neanche tre mesi fa in Arabia. L'ex romanista dopo aver deciso al minuto 93 la finale di Supercoppa italiana, nel derby più importante della stagione, s'è tolto kefiah e ha fatto sventolare le treccine sotto la Sud all'alba della ripresa: nono gol stagionale, addirittura il quarto in Coppa Italia dopo quello al Sassuolo e la doppietta ai suoi ex compagni giallorossi, a ripagare anche la scelta di Conceiçao di preferirlo a Gimenez, che gli ha preso la staffetta al 30' della ripresa.
Calhanoglu la finale di Supercoppa l'aveva vissuta invece solo per 35', prima di alzare bandiera bianca per infortunio. Lui che ex, pleonastico dirlo, è proprio del Milan. Squadra per la quale ha sempre riservato il trattamento del marito tradito, considerato traditore dalla moglie. Mai parole concilianti, mai esultanze composte di quelli che alzano le braccia solo per portare rispetto al passato. Vedasi la gioia al pareggio e il coro della Nord, quello che gli ricorda a suo modo i motivi per cui in rossonero non segnava mai.
Cose turche, come il trattamento che la curva milanista riserva a sua mamma quando ancora la partita sta per iniziare o quando, nel primo tempo, il tiro dalla bandierina arriva proprio sotto il settore milanista. Al 41', quando calcia la punizione che poi Maignan alza con i pugni, anche il fastidio di un laser puntato sugli occhi. Gli stessi che brillano poi il gol, il terzo contro il Milan in 15 sfide da ex.
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