Addio grande libero, in campo e fuori

Carisma, senza mai alzare la voce. Signore di un calcio che non c'è più

Addio grande libero, in campo e fuori

«Ho visto un lungagnone svedese che mette paura. Fidati è uno che verrà fuori». Piero Frosio sapeva di football e andava come un trifolau a scoprire i pezzi migliori. Il lungagnone svedese era Zlatan Ibrahimovic, giocava nel Malmoe e aveva diciassette anni, Piero era sicuro nella scommessa. Se ne è andato presto, maledetta vita che ci toglie i compagni di viaggio e di bisbigli e di nozioni di questo sport meraviglioso e imprevedibile.

Fu capitano del Perugia di Ilario Castagner, si diceva e si scriveva che fosse lui il vero allenatore in campo, la sua saggezza e la sua personalità, detta carisma, aveva la prevalenza sulle chiacchiere tattiche e sulla palla che fa la barba al palo. Un ragazzo di Monza di parole pensate, mai saccente, mai polemico ma con il gusto dell'analisi veloce e completa. Giocava da libero, quando questo ruolo significava il libero pensiero, come un osservatore dell'Onu che stabiliva il tempo in cui intervenire. L'eleganza di stile pareggiava l'astuzia nell'ultimo tackle, scoprì Perugia, dopo la prima avventura a Cesena e si innamorò di quel posto tortuoso che sembra un po' fuori dal mondo ma ne conserva la storia, la cultura, il fascino misterioso. C'è una fotografia che ritrae Piero, prima di una partita, mentre tiene in braccio un pupo di nome Alex. Era una istantanea normale di quel Perugia, di quel football, di una famiglia cresciuta sotto la presidenza di Franco D'Attoma, astuto pugliese di Conversano, e con i baffi di Silvano Ramaccioni un dirigente vero che sapeva accarezzare la stampa.

Frosio visse quell'epoca bella, sfiorando il titolo portato via infine dal Milan. Fu il tempo delle sorprese belle e della tragedia di Renato Curi, sotto il cielo di nero fumo dello stadio che stava e si chiamava Pian di Massiano. Quando tornava a quel giorno, a quel fotogramma, alla barella che portava via il suo sodale e amico, gli occhi di Piero cambiavano luce, il tono della voce si abbassava nel rispetto e nel dolore tenuto a freno da allenatore provò a portare le idee di campo, senza mai spacciare un calcio radicale e perfetto, andò in giro per l'Italia, trovando fiducia e abbandoni da repertorio in questo mestiere strano. Da opinionista in tivvù mai lo vidi e lo udii alzare la voce, sapeva giocare da libero anche davanti alle telecamere, ogni parola era una riflessione, il fisico austero suggeriva rispetto massimo e insieme l'ascolto attento.

Il pupo che portava in braccio oggi narra le cronache di football e saprà onorare Piero con la lealtà e l'onestà che sempre lo ha contraddistinto. So che lo farà e Pierluigi Frosio sarà infine di felice di avere vissuto.

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