Un po' folle, un po' romantico: show assicurato. È da film l'ultimo ritorno spericolato di Tyson

Di nuovo sul ring a 54 anni contro Roy Jones jr che ne ha 51. Esibizione, non baracconata. Altro capitolo di vita di un campione sempre al limite

Un po' folle, un po' romantico: show assicurato. È da film l'ultimo ritorno spericolato di Tyson

C'è sempre qualcosa di elettrizzante in questo Mike Tyson, che sembra uscito da una cartolina color seppia. Non ce ne siamo ancora sbarazzati dopo 35 anni nei quali ha imperversato tra pugni, fatti e misfatti. Lo ritroveremo nell'ennesimo revival, un match esibizione da 105 anni in due: il Tyson di 54 anni e Roy Jones jr. l'avversario di 51. Esibizione, non match: dunque non proprio una clownata. Ma Roy Jones jr. diffida: «L'organizzatore non potrà controllare Tyson sul ring. Dovrò difendermi come fossi in una sfida vera». Del resto la boxe ci ha abituato a ultraquarantenni a caccia di mondiali: George Foreman a 45 anni, Archie Moore a 48. C'è, poi, chi ha combattuto fino ai 60 anni: Saoul Mamby, ex campione mondiale welter jr., un reduce della guerra in Vietnam, perse l'ultimo match tre mesi prima di compierne 61. E morì a 72 anni. Ora vediamo SuperMike con fisico da mettere invidia: i filmati dell'allenamento inviati dal marketing, dove è involontariamente un maestro, lo mostrano piroettante come quel mister muscolo che mandava gambe all'aria gli avversari. Il fisico pieno di bitorzoli, sagome di muscoli, residui di ferite, segni di una geografia dell'età, quadricipiti scavati, orecchie più accartocciate che mai, c'è ancora la tartaruga degli addominali. I pugni quelli no, non subiscono usura: il colpo del ko non ti lascerà. Come i calzoncini neri che sono la sua maglia. Veder allenarsi Iron Mike fa intendere che c'è qualcosa ancora di antico: Kid Dinamite per sempre.

Ma serve duro allenamento. E il vecchio ex di tante cose non ha mancato di informarci d'essere passato dalla dieta vegana ad una di carne. «Solo alce o bisonte, servono proteine per aver resistenza ed energia». Vien da sorridere pensando a quando divorò l'orecchio di Evander Holyfield con il quale è tornato amico, in attesa di un nuovo nostalgico faccia a faccia.

Ora, invece, lo aspettano tutti, con ansia, impazienza, curiosità, interessi economici e televisivi, voglia del brivido, per uno scopo benefico: devolverà l'ingaggio a comunità dedite al recupero dei giovani meno fortunati. Saranno 8 riprese per due minuti l'una (e non i rituali tre) appunto contro Roy Jones jr., tre anni in meno e due cm in più di altezza, campione di onorato pedigrèe costruito tra il 1990 e il 2000: 4 cinture mondiali in 4 diverse categorie, dai medi ai massimi, che è una bella scalata. Roy Jones ha smesso nel 2018 dopo 66 successi, 47 per ko, e 9 sconfitte. Poi si è dedicato a film, dischi e televisione: un buon propagandista di se stesso. Come Tyson che, dopo aver guadagnato circa 700 milioni di dollari nei 20 anni (dal 1985 al 2005), ed aver dilapidato tutto, tanto da finire in bancarotta per un debito di 23 milioni, è riuscito a risalire la china sospinto da manager più affidabili di Don King, che gli sfilò i guadagni mentre era in galera condannato per il presunto stupro a Desirèe Washington. Quella, una storia che distrusse definitivamente la carriera, già compromessa dal Ko subito da James Buster Douglas sul ring di Tokyo. In realtà parliamo tanto del Tyson campione, ma la sua stella di re dei massimi titolato durò solo tre anni e tre mesi: dal 22 novembre 1986, quando stese Trevor Berbick in meno di due round per il titolo dei massimi, match definito «Il giorno del giudizio», fino all'11 febbraio 1990 messo a terra al 10° round. Poi ci furono scampoli, promesse, idee, un nuovo titolo mondiale tenuto per 8 mesi, l'ultimo tentativo fallito contro Lennox Lewis. La notte non è più passata.

Stavolta Tyson planerà sul quadrato dello Staples center di Los Angeles, il tempio dei Los Angeles Lakers, 15 anni dopo l'ultimo match, finito miseramente con un saluto nel 7° round davanti all'irlandese Mc Bride, che in altri tempi gli avrebbe fatto il solletico. Eppure, per gli strani misteri che conducono il destino di un uomo, c'è sempre stato il tempo di una rivincita per Mike Tyson: che, forse, l'avrebbe meritata meno di tanti altri. È tornato a incassare danari, pur avendo conti da saldare. A Monica Turner, ex moglie sposata dopo la galera, ha pagato 6,5 milioni di dollari. Ha perso una figlia di 4 anni, si è risposato due settimane dopo, e la slot machine del dollaro non si è fermata: ha interpretato film, serie Tv, recitato da solo in palcoscenico la storia della sua vita, guidato dalla regia di Spike Lee. Ha trovato un socio per gestire una azienda legata alla vendita di cannabis, ceduto case supercostose, inventato il ranch Tyson in collaborazione con coltivatori locali di cannabis. Su Youtube conta un milione e mezzo di seguaci, ha firmato un accordo con una società di scommesse internazionali. Viene ingaggiato per parlare di salute mentale, ispirazione, famiglia e boxe: un video costa 7500 dollari, la presenza dal vivo parte da 200mila dollari.

Tyson continua ad essere una macchina da soldi, e un irrimediabile dissipatore di buone azioni. Diceva di essere il più cattivo uomo del pianeta. Ora interpreta una parte migliore. Ma ciò che attira è la perversa mostra del brutale.

È stato amico di Maradona e ieri lo ha salutato così: «Se ne va uno dei miei eroi». Diego era la mano de Dios sul campo di calcio. Mike cantilenava questo ritornello: «Ho sempre avuto paura di me come uomo. Ma una volta sul ring sono un Dio, nessuno può battermi». Chissà Dio cosa ne pensa?

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