La storia di Roma? Sgorga da sempre dai nasoni

«Acqua azzurra, acqua chiara, con le mani posso finalmente bere»: un gesto semplice, quello della canzone di Battisti, che a Roma è ancora possibile fare dissetandosi alle numerose fontanelle disseminate nel centro. La scelta è ampia: si va dai cosiddetti «nasoni» otto-novecenteschi, ovvero le semplici colonnine in ghisa con un rubinetto raffigurante inizialmente un muso di lupa, ai «beverini» in pietra addossati ad antichi palazzi, che fanno largo uso di mascheroni e reperti antichi, soprattutto sarcofagi, senza trascurare gli emblemi araldici di chi li ha fatti costruire. Talvolta presentano sculture e motivi decorativi meno usuali, come per esempio la botte che caratterizza la cinquecentesca fontanina del Facchino, in via Lata, raffigurante in realtà un venditore d’acqua con la sua botticella. L’idea piacque tanto da essere poi ricopiata in altre fontane come quella collocata in largo San Rocco, presso l’antico porto di Ripetta. Realizzata in marmo nel 1774 su commissione della confraternita degli osti e barcaroli, questa Botticella era addossata un tempo a Palazzo Valdambrini, demolito per l’apertura di piazza Augusto Imperatore.
Un gruppo di fontanelle appare interessante per l’uso di alcuni elementi tipici del luogo di appartenenza. Sono le cosiddette «fontane rionali», realizzate in gran parte dall’architetto Pietro Lombardi. Grazie al suo estro e all'indubbio talento nella tecnica idraulica, egli diede vita ad invenzioni armoniosamente inserite nel contesto ambientale. La prima fontana da lui realizzata, quella delle Anfore di Testaccio, attualmente in piazza dell’Emporio, incontrò per la sua originalità un immediato consenso. Ma anche la maggior parte dei critici sembrò apprezzare il richiamo alla storia del passato . Dopo quest’opera, l'architetto vinse il concorso comunale del 1926 per il progetto e la costruzione di una serie di fontane per i rioni Borgo, Monti, Campo Marzio, Pigna, Trastevere, Sant’Eustachio, Ripa e per il quartiere San Lorenzo. Alcune di queste realizzazioni rivelano la stessa impostazione compositiva. Si tratta di quelle di porta Angelica, di porta Castello e dei Monti. Gli elementi di questo gruppo hanno in comune lo stesso ritmo ascendente impresso dalla sovrapposizione di blocchi di travertino liscio: il carattere individuale delle opere va ricercato nella decorazione a rilievo della superficie esterna, ogni volta ispirata alle tradizioni e agli emblemi delle diverse zone. Ecco allora i riferimenti alle alture tiburtine nella fonte situata a San Lorenzo, alle tiare pontificie in quella vicina ai palazzi Vaticani, alle stelle e ai colli Esquilino, Viminale e Celio in via di San Vito ai Monti, alle palle di cannone in quella eretta in prossimità di Castel Sant’Angelo.
Altrove, invece, egli adottò schemi diversi. La fontana del Timone, murata sull’imponente prospetto dell’ospizio del San Michele è costituita da una tazza semicircolare dominata dalla ruota e dalla barra nautiche, motivi che replicano fedelmente lo stemma del rione Ripa. La storia di quest’ultimo si lega infatti al più importante tra gli scali fluviali, per secoli meta obbligata per le navi che giungevano dal mare, trainate controcorrente a forza di buoi. Pure all’araldica rionale si ispira la fontanella del rione Sant’Eustachio situata in via degli Staderari, su un fianco dell’antica università della Sapienza. Raffigura, infatti, la testa di un cervo, l'animale che secondo una leggenda avrebbe provocato la conversione di Sant'Eustachio, e insieme quattro ponderosi libri a ricordare la destinazione culturale dell'edificio.

Eloquente richiamo alle attività artistiche di via Margutta si coglie nelle due maschere contrapposte con la loro diversa espressione, corrucciata la prima e sorridente la seconda, simboleggiano l'influenza capricciosa della fortuna nella vita di un artista.

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