La strategia del premier? Una collezione di omissis

Per il governo è andata bene a Vicenza: nessuna violenza, solo qualche intemperanza verbale e quelle ignobili scritte di solidarietà alle nuove Brigate rosse. Si direbbe che anche i vari Casarini e Caruso abbiano voluto non mettere in difficoltà Prodi, forse consapevoli che incidenti gravi avrebbero avuto pesanti conseguenze politiche. Tutti soddisfatti, dunque.
E però non si può dire che tutto sia finito in gloria. Rimane da vedere che accadrà dopo Vicenza nei prossimi mesi. Per esempio, quando si avvieranno i lavori per l’allargamento della base Dal Molin, quando si dovrà votare in Parlamento per la missione in Afghanistan, e quando a primavera i talebani sferreranno l’offensiva annunciata.
Insomma, non si può far finta di non essere parte in causa nella lotta al terrorismo. Prodi cerca di ignorarlo, non altrettanto invece D’Alema, a quanto sembra: nella sua replica alle lettere «irrituali» dei sei ambasciatori il ministro degli Esteri non ha potuto fare a meno - e di certo non a caso - di scrivere che il governo italiano «resta impegnato a garantire la propria convinta partecipazione agli sforzi della comunità internazionale destinati ad aiutare l’Afghanistan». Va sottolineato quell’aggettivo «convinta». E che cosa significa «aiutare l’Afghanistan» se non combattere il terrorismo che lo sconvolge?
C’è anche di più nella lettera dalemiana: vi si dice di ritenere «condivisibile nei suoi contenuti» l’appello degli ambasciatori. Ed è giusto anche registrare una dichiarazione di Fassino, ascoltata in televisione e ignorata dalla carta stampata, e cioè che va mantenuta fede ai patti sottoscritti. Ben altro il comportamento di Prodi, che, sia per l’Afghanistan che per la base di Vicenza, s’è limitato a dire che non cambiano strategia e programmi. Già, ma qual è la strategia? Nei suoi «omissis» è evidente la preoccupazione di non urtare la sensibilità antiamericana della sinistra radicale.
Che strana situazione politica stiamo vivendo. Il senso dello Stato e la responsabilità politica paiono ormai essere più nella vecchia sinistra, mentre sono scomparsi del tutto in quei residui di cultura politica cattolica arresisi ormai al peggiore sinistrismo. Quanto alla cosiddetta sinistra radicale, gonfia di velleità rivoluzionariste, è più che comprensibile che manchi di senso dello Stato e di responsabilità politica.

Dov’è la sua cultura, quella che ispira i loro comportamenti? Come ha annotato Repubblica, a Vicenza s’è visto quasi un «derby» tra l’estrema di Bertinotti-Giordano e l'estremismo schifiltoso di Diliberto, una gara insomma a chi sta più a sinistra, che per poco non è finita in rissa. Questa è cultura, o solo immaturo utopismo? E quante sono le sinistre allocate nel governo? Povero Prodi, quanti funambolismi per accontentarle tutte.

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