Sull’articolo 18 Veltroni ora licenzia il boss Bersani

L’ex segretario apre alla libertà di licenziamento e si candida a guidare l’ala "montiana" del Pd. BLOG Veltroni strappa la tela di Bersani / Taliani

Sull’articolo 18  Veltroni ora licenzia  il boss Bersani
Da oggi di Pd ce ne sono uffi­cialmente due: quello che sta con Monti senza se e senza ma, e quello che considera il governo tecnico «una parentesi dopo la quale si tornerà ai riti e ai giochi della seconda Repubblica o peg­gio della prima». Da una parte c’è il Pd di Veltroni,che in un’in­te­rvista fiammeggiante a Repub­blica colloca l’esecutivo in cari­ca nell’empireo dei miti fondati­vi del centrosinistra: «È una sin­tes­i fra il rigore dei governi Ciam­pi e Amato e il riformismo del pri­mo governo Prodi». Dall’altra parte ( e sulla stessa pagina di Re­pubblica ) c’è il Pd

di Bersani, convinto che «per quello che fa, non posso ritenerlo un governo di sinistra o di centro­sinistra ».

Intendiamoci: la divisione fra le due anime del partito precede la nascita stessa del Pd. Da sem­pre a sinistra ci si divide fra in­n­ovatori e con­servatori.

La na­scita del gover­no Monti, che Bersani ha ac­cettato soltan­t­o dopo le pres­sioni esterne del Quirinale e quelle interne di D’Alema, non ha fatto che accentua­re questa con­trapposizione: da una parte gli entusiasti, che vedono in Mon­ti­l’archiviazio­ne definitiva dello scellera­to patto di Va­sto con Vendo­la e Di Pietro, e dall’altra i tiepi­di, che fanno buon viso a cattivo gioco e conta­no di tornare presto all’alleanza di prima.

Ora Veltroni, con una nettezza che lascia presagire nuovi sommo­vimenti a Largo del Nazareno, è uscito allo scoperto proponendo­si, di fatto, come il leader del Pd montiano intenzionato a dar bat­taglia al Pd frontista. «Qualcuno ­dice Veltroni senza far nomi, ma con una chiara allusione alla se­greteria bersaniana- dà giudizi ta­li da rischiare il paradosso di con­segnare al centro o al nuovo cen­trodestra il lavoro del governo. È un errore grave. Questo governo tecnico ha fatto in tre mesi più di quanto governi politici abbiano fatto in anni» (compresi, par di ca­pire, quelli dell’Ulivo). Per il fon­datore del Pd, al contrario, il parti­to «dovrebbe sfruttare questa im­mensa occasione per rilanciare un grande programma riformista e dire agli italiani che non torna nulla del passato, compresi i go­verni rissosi dell’Unione».

Il fatto è che Bersani sta lavoran­do proprio a una riedizione di quelle coalizioni, e non intende li­berarsi delle catene che lo tengo­no legato a Vendola e Di Pietro, ie­ri in nome dell’antiberlusconi­smo e oggi, a quanto pare, in no­me d­i una presunta riscoperta del­le nobili ragioni della socialdemo­crazia (che sarebbero poi quelle dell’intervento statale sempre e comunque). A questa deriva, trop­po simile alla scelta occhettiana dei Progressisti, che nel ’94 spia­nò a Berlusconi la strada di palaz­zo Chigi, Veltroni intende reagire e opporsi.A cominciare dalla rifor­ma dell’articolo 18.

Qui, i toni dell’ex segretario del Pd e dell’ex presidente del Consi­glio sono singolarmente simili: per nessuno dei due può essere un tabù. «Sono d’accordo col non fermarsi di fronte ai santuari del no che hanno paralizzato l’Italia per decenni- sostiene Veltroni- bi­sogna cambiare un mercato del la­voro che continua a emarginare drammaticamente i giovani, i pre­cari, le donne e il Sud. Ci vogliono più diritti per chi non ne ha nessu­no ». E Berlusconi, l’altro giorno: «Spero che Monti riesca a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a realizzare un’effettiva libertà di concorrenza per restituire com­petitività all’Italia». Per Bersani, al contrario,«l’articolo 18 ha poco o nulla a che fare con i problemi che ha adesso il mercato del lavo­ro », e dunque si può tutt’al più pensare a una sua «manutenzio­ne », ma soltanto «alla fine del per­corso ».

Bersani con la Camusso, Veltroni con Berlusconi? Per para­dossale che possa sembrare, una logica governa la battaglia politi­ca di questi mesi. Berlusconismo e antiberlusconismo-le due cate­gorie extrapolitiche che hanno in­chiodato l’Italia per quasi un ven­tennio­oggi non hanno più moti­vo di esistere, se non nella mente offuscata degli ultrà, e la politica può riprendersi lo spazio che le compete: discutere, affrontare e ri­solvere i problemi. Qui la distin­zione fra i riformisti e i conservato­ri, fra i liberali e gli statalisti è assai più importante delle appartenen­ze a un­sistema dei partiti che ha vi­stosamente fatto naufragio.

Non stupisce dunque che, sull’artico­lo 18 come su altri temi, gli innova­tori del Pd e del Pdl vadano d’ac­cordo. Del resto, è proprio questa la caratteristica fondativa del go­verno Monti. Il punto è un altro, e riguarda il Pd: quello di Veltroni è al governo e ci resterà. E quello di Bersani?

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