Tutti in sella verso Taranto, inseguendo miti a due ruote

Domenica a mezzanotte - o se preferite, ieri alle ore 0.00 - è partita dall’Idroscalo la 23ª edizione della «Milano-Taranto», storica maratona motociclistica su strada che vedrà oltre 200 equipaggi provenienti da tutta Europa impegnati in una lunga prova di regolarità e navigazione su un percorso di circa 1900 chilometri, suddiviso in sei tappe, con arrivo sabato 11 nella città pugliese.
A una buona parte del pubblico della MotoGp, oggi la «Milano-Taranto» probabilmente non dirà un bel nulla. Eppure quella sigla ha dato il nome a una delle più amate, affascinanti e popolari gare motociclistiche di sempre. Non per niente era conosciuta come la «Mille Miglia» delle due ruote, sia perché si svolgeva interamente su strade rigorosamente aperte al traffico, senza soste intermedie da parte dei concorrenti se non per i rifornimenti, sia perché poteva parteciparvi chiunque, con qualunque tipo di mezzo, non necessariamente da competizione. Obiettivo: arrivare nel più breve tempo possibile al traguardo. E da Milano a Taranto - c’è da crederci - era una bella sfida. Contro gli avversari, contro il tempo, contro se stessi, giù a manetta senza mai staccare la mano dal gas, nel nero fitto della notte lungo tutta la Penisola, tra due ali di folla che sapeva riconoscere i centauri anche al buio.
La «Milano-Taranto» era nata nel 1937, in pieno «consenso» al regime, col nome più articolato di «Milano-Roma-Taranto», per rendere appunto omaggio e onore alla capitale dell’Impero. L’iniziativa fu di alcuni tarantini, in primis Mario Deintrona, con l’obiettivo di prolungare fino alla città jonica la «Milano-Napoli» nata nel ’32, denominata anche «Coppa Mussolini». La partenza restava invariata, l’Idroscalo di Milano, come restava invariata la dedica del trofeo al «duce» del fascismo. Erano gli anni del consenso, dicevamo, destinati a svanire molto presto, demoliti da un quinquennio di guerra totale.
Dal secondo conflitto mondiale usciva un’altra Italia, che aveva perso quasi tutto, per certi versi anche l’onore. Ma non la passione per i motori. Così, la competizione di velocità su strada tornò nel 1950, semplicemente con il nome di «Milano-Taranto», per spegnersi definitivamente sette anni più tardi, alla vigilia dell’edizione 1957. Si, perché la volata nella notte dalla Lombardia alle Puglie condivise lo stesso destino della «Mille Miglia» automobilistica che quello stesso anno pose fine alla sua leggenda, con la tragedia di Guidizzolo, nel Mantovano, e la morte di Alfonso de Portago su una Ferrari 335S, assieme al codriver Edmund Nelson e a dieci spettatori. Fu la fine della «Mille-Miglia» agonistica e di ogni altra competizione motoristica su strade aperte.


Per rendere l’idea di quanto popolare fosse tra gli italiani degli anni ’50 e non solo quella massacrante cavalcata motociclistica, basti pensare che le maggiori case produttrici dell’epoca - a cominciare da Gilera, Mondial, Laverda, Mival, Morini - avevano a catalogo modelli, rivisti in versione sportiva, denominati appunto «Milano-Taranto» e destinati alla competizione. Si è dovuto attendere fino al 1987, per iniziativa del Moto Club Veteran «San Martino» di San Martino in Colle, in provincia di Perugia, per ridare corpo e vita alla mai sopita italica passione per la moto.

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