25 Aprile Perché adesso può essere la festa di tutti

In questo sessantaquattresimo anniversario del 25 Aprile lo scenario culturale e politico, non solo dell’Italia, è profondamente cambiato. Il Parlamento Europeo ha approvato il 2 aprile 2009 la Risoluzione che sancisce l’equiparazione di comunismo, nazismo e fascismo. Accolta favorevolmente da 553 deputati (con soli 44 no e 33 astensioni) la Risoluzione verte sul tema «Coscienza europea e totalitarismo». Anche da questo si avverte sempre più viva la necessità di un ampio coinvolgimento delle istituzioni per rendere possibile la più larga e libera partecipazione alle celebrazioni della Festa della Liberazione.
Per quali ragioni la ricorrenza del 25 Aprile, che segna una data così importante nella nostra storia, non esprime il comune sentire del popolo italiano? La prima ragione che viene subito in mente riguarda l’appropriazione della ricorrenza da parte della sinistra non liberale. Un’operazione politico-culturale che ha ridotto la democrazia ad attributo dell’antifascismo e ha identificato nel comunismo il nocciolo duro dell’antifascismo. In tal modo, non è la democrazia che benedice l’antifascismo, ma è l’antifascismo che legittima la democrazia.
Pur tuttavia il 25 Aprile deve diventare festa di tutta la nazione italiana. Oggi, in un contesto politico nazionale e internazionale così profondamente mutato, il 25 Aprile deve essere una data capace di rappresentare l’identità e la coscienza nazionale degli Italiani. Ritengo, infatti, di poter dire che proprio le cose che accadono in Italia, in Europa e nel mondo rappresentano un momento propizio per fare di questa data non solo un’occasione di incontro e di crescita, ma riferimento fondante l’unità degli Italiani.
Quel che vogliamo ricordare oggi col 25 Aprile è la fine della guerra più sanguinosa mai esistita e del più orrendo incubo che l’Europa abbia vissuto nella sua storia, pur così difficile e faticosa. Una guerra in cui è stato sconfitto il nazifascismo grazie al contributo militare degli alleati, ma che ha visto nella sua ultima fase un movimento di Resistenza civile e militare. Quel movimento in senso proprio comincia nel 1943, ma la presa di coscienza che lo sostiene è preceduta da alcuni passaggi che è necessario ricordare. Il consenso degli italiani al fascismo si incrina con le leggi razziali del 1938, non condivise e spesso subite; trova ulteriori opposizioni nell’entrata in guerra di un’Italia sconsideratamente gettata allo sbaraglio; si consuma definitivamente con l’occupazione tedesca, le stragi, le deportazioni e i genocidi.
Non c’è dubbio che le masse popolari hanno guardato, con un sentimento di trepidazione e di angoscia, la «guerra civile» che si è scatenata a nord di Roma. Inoltre, accanto agl’italiani che hanno atteso lo sviluppo degli eventi, vi è stato chi ha scelto di coinvolgersi nella Repubblica mussoliniana, anche senza subire pressioni o coazioni, ma per un sentimento patrio e conservare una identità all’Italia di fronte all’alleato, per non lasciare all’occupante il monopolio del governo civile.
La popolazione italiana nel suo insieme non è stata indifferente di fronte ai mille drammi umani provocati dall’8 settembre. Proprio gli «sbandati» hanno offerto le prime testimonianze di una partecipazione solidale. Solo di recente si è recuperata la complessa realtà della resistenza dei militari, rimasta in ombra nella storiografia. Ma soprattutto si è ampliata e arricchita l’immagine stessa della Resistenza. Il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono irrilevanti per un’opera di ricostruzione della convivenza civile. La tenace volontà di sopravvivenza è pur sempre una grande risorsa vitale per il futuro di un popolo stremato sul piano materiale e morale da una guerra perduta.
In quei mesi drammatici è emersa un’Italia molto meno «grigia» di quanto finora si è scritto. Magari senza piena consapevolezza, il comportamento di questa Italia fa emergere una nuova identità nazionale che supera la dicotomia fascismo-antifascismo che per troppo tempo ha animato il dibattito tra i politici e gli storici. Oggi è giunto il momento di andare oltre questa contrapposizione.
Proprio la Chiesa si è fatta interprete di questa Italia nella salvaguardia di spazi di umanità e di pietà di fronte allo scatenarsi dell’odio, con una attiva partecipazione ad ogni forma possibile di assistenza. Questo contribuisce a spiegare perché la Chiesa ha svolto un ruolo fondamentale negli anni della ricostruzione. La Chiesa esce rafforzata dalla guerra per la grande opera che ha svolto di protezione delle popolazioni. Su queste premesse la Costituzione, nel suo nocciolo essenziale, ha consacrato in principi giuridici i sentimenti, le attese e le speranze radicate nel popolo che nel dramma della guerra si sono sviluppate. In questa visione la Costituzione diventa elemento costitutivo di una nuova identità democratica nella quale i conflitti stessi, che hanno lacerato il Paese, vengono superati e sanati in un superiore principio di dignità della persona umana.
Dunque, credo che oggi possiamo affermare con certezza che ciò che si festeggia è la nostra capacità di farci carico del nostro futuro, come nazione e come parte dei popoli europei.

Questo è possibile grazie all’esistenza in Italia ed in Europa di un tessuto civile cristiano, di una cultura politica di orientamenti diversi, ma alla prova dei fatti schiettamente democratica. Tutto ciò per farci carico di una scelta coraggiosa: quella di rinunciare alle rispettive rigidità per produrre una tavola di valori condivisi.
*Coordinatore Pdl

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