Burroughs è la scimmia sulla schiena del rock

Idolo delle star e grande vecchio della cultura alternativa. Indagine sulle radici del suo culto

Burroughs è la scimmia sulla schiena del rock

«The country I come from is called the Midwest». Così recita un verso di With God on Our Side, una celebre canzone scritta nel 1963 da Bob Dylan per chiudere il cerchio aperto dal suo maestro spirituale, Woody Guthrie, con This Land is Your Land, una sorta di contro-inno nazionale. Ed è da quello stesso Midwest, l'enorme distesa di praterie e terreni agricoli compresa tra la ricca costa atlantica e il favoleggiato Far West, che proviene William S. Burroughs, una delle figure più controverse e bizzarre nel panorama culturale del Novecento a stelle e strisce.

St. Louis, Missouri, potrebbe davvero sembrare un luogo improbabile, eppure fu proprio nel Midwest che Burroughs nacque e decise di andare a morire. La citazione di apertura non è casuale, considerato l'impatto che la poetica di Burroughs ebbe su tre generazioni di rocker, a partire da quella di cui Bob Dylan fu il sommo profeta: la musica cosmica degli anni Sessanta, il punk e il grunge. William S. Burroughs e il Culto del Rock'n'Roll (Jimenez Edizioni, pagg. 368, euro 19, traduzione di Alessandro Besselva Averame) di Casey Rae è un'interessante disamina della stravagante fascinazione dell'universo rock per quello che forse è stato l'esponente più anomalo del movimento beat ed è, al tempo stesso, una lucida analisi dell'interesse che Burroughs ha sempre mostrato per la sperimentazione sonora e, dunque, per alcune delle figure più legate all'avanguardia del pop.

Noto ai più per opere considerate anticipatrici come La scimmia sulla schiena e Pasto nudo, crude e geniali nella loro rappresentazione della sua tossicodipendenza, e per gli strani quadri realizzati piazzando di fronte alla tela lattine di vernice cui sparava con una doppietta (appunto chiamati «shotgun paintings»), Burroughs fu pioniere di tecniche come quella del cut-up, attraverso la quale il nastro di un frammento sonoro veniva tagliato in più pezzi poi ricombinati a caso. Un processo sfruttato abbondantemente dai Beatles e da molte altre band soprattutto inglesi sul finire degli anni Sessanta. Burroughs non era certo un musicista, così come non lo era Allen Ginsberg, il quale però aveva una specie di fissazione per il canto, talento di cui non disponeva. Ma Burroughs era curioso per natura e i suoi slanci di eclettismo creativo attirarono su di lui le attenzione di numerosi giovani talenti della scena musicale che fecero del loro accostamento alla sua figura un fiore all'occhiello, un vessillo di accettabilità artistica. Insomma, faceva molto figo farsi vedere accanto a quello stravagante dandy dall'aria da nobiluomo inglese di campagna, tossicomane fuori di testa, ma dai modi a detta di tutti garbatissimi, capace però di testi fuori dagli schemi e dall'ortodossia del tempo, uno sporcaccione (secondo i benpensanti) da censurare senza se e senza ma, un uxoricida strafatto, una sorta di cappellaio magico della psichedelia.

Pare che nello scantinato newyorchese in cui Burroughs abitò per molti anni sia passata un'intera corte di giovani virgulti del rock'n'roll, magari soltanto per prendere un tè o per portargli qualcosa da mangiare, come fece spesso Mick Jagger. E di quella corte fecero parte nomi eclatanti, da Lou Reed a Patti Smith, da Tom Waits ai R.E.M. Altri, come Bob Dylan, lo conobbero superficialmente, altri ancora decisero di inserirne la foto sulla copertina del disco più famoso nella storia, Sgt. Pepper's dei Beatles. Qualcuno lo volle in prima persona in un video, The Last Night on Earth degli U2. Ai Sex Pistols spedì addirittura una lettera di sostegno per le critiche ricevute in patria dopo l'uscita del singolo God Save the Queen.

In questo libro ci sono pagine di analisi accompagnate da innumerevoli aneddoti, come la spiegazione del nome della band di Donald Fagen e Walter Becker, Steely Dan, dal nome di un «futuribile dildo menzionato nel Pasto nudo». Burroughs, definito «el hombre invisible» negli anni trascorsi in Marocco per la capacità sviluppata a Tangeri di passare inosservato, mosca bianchissima in un ambiente a lui alieno, fu sempre alimentato dall'ossessione di spezzare i meccanismi di controllo della società, a partire dal linguaggio, in una sorta di ribellione orwelliana all'omologazione imposta dall'establishment. Ma forse non fu questo a fare di Burroughs un idolo per il giovane Kurt Cobain, fascinazione rimasta anche dopo l'esplosione del fenomeno grunge e l'enorme popolarità dei Nirvana.

A legarlo a Burroughs c'erano la comune passione per gli oppiacei e un forte anelito di libertà; a dividerli la disperazione più nera del cantante che andò addirittura a trovarlo a Lawrence, Kansas, dove Burroughs passò gli ultimi anni di vita. L'incontro fra l'allievo e il maestro fu simile alla visita che Burroughs e Ginsberg avevano fatto a Céline a Parigi, nel 1958, e lo scrittore di St. Louis colse l'aria di morte che Cobain si portava appresso.

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