I boschi stile "narcos" del varesotto: torturato e giustiziato un trafficante

Un marocchino di 24 anni torturato e giustiziato per il controllo dello spaccio in un'area ormai colonizzata dai narcotrafficanti

I boschi stile "narcos" del varesotto: torturato e giustiziato un trafficante
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Un esteso bosco colonizzato dai narcotrafficanti, per lo più nordafricani e sudamericani, pressoché impenetrabile. Un'area divisa in zone di controllo: veri e propri cartelli della droga in stile narcos. Con tanto di vendette, sparatorie, uccisioni all'arma bianca e faide, con conseguenti omicidi. Tra i più significativi si questa folle zona d'ombra del Paese ce n'è uno che spiega, forse meglio degli altri, cosa accade nella fitta boscaglia del varesotto.

Poco più di un anno fa un camionista ha incrociato il cadavere di un uomo lungo la statale 336 che attraversa la provincia di Varese e porta all'aeroporto di Malpensa. Inevitabile la chiamata alle forze dell'ordine e ai soccorsi, che non possono che constarne la morte. Solo più tardi si scoprirà che si trattava di un cittadino marocchino di 24 anni che sognava di prendere il controllo di un'area del bosco per imporre la sua egemonia nello spaccio. Ma non era ancora tempo per lui di muovere quel passo, si è scontrato con poteri più forti e ha avuto la peggio. Una fine prevedibile per un giovane ambizioso che aveva probabilmente infastidito le persone sbagliate.

Il luogo del ritrovamento non è sicuramente quello dell'uccisione. Il 24enne è stato giustiziato all'interno del bosco e poi portato all'esterno, forse come monito per chi come lui vuol tentare la scalata. Un vero e proprio avvertimento: "Chi si mette contro di noi fa questa fine". Il marocchino è stato torturato, il suo volto era deformato dalle botte ricevute, la mascella fratturata, le gambe spezzate in più punti, i segni delle bruciature di sigaretta in vari punti del corpo. Un lavoro fatto da più persone e sicuramente non qualche ora prima del ritrovamento, vista la decomposizione avanzata del cadavere.

La squadra Mobile di Varese, dopo un lungo e complicato lavoro, ha ricostruito la fine di quel giovane. Aveva avuto l'ardire di sottrarre 30mila euro di merce e contanti ai suoi padroni, due suoi connazionali che hanno il controllo di ampie zone di spaccio in tutta la Lombardia: un giro d'affari milionario al quale il 24enne, sentendo il profumo dei soldi, voleva ribellarsi per mettersi in proprio. Gliel'hanno fatta pagare, hanno telefonato al padre, che vive in Spagna, mentre lo torturavano, per chiedere a lui indietro i 30mila euro e salvare la vita del figlio. Inutilmente, perché nonostante gli sforzi, l'uomo non ha fatto in tempo. E chissà quanti altri cadaveri ci sono in quelle brughiere che dalla Lombardia si distendono fino al Piemonte, al lago Maggiore e alla Svizzera.

Sembra il racconto di una delle tante faide sudamericane ma è accaduto a una manciata di chilometri da Milano, alle spalle di uno dei principali aeroporti d'Europa.

Per questo caso, che ha impegnato per mesi le forze dell'ordine, sono stati effettuati 24 arresti, ci sono state lunghissime giornate di intercettazioni e di retate con perquisizioni a tappeto nei boschi. L'area è immensamente grande e complicata, e non sarà semplice liberarla. I gruppi sono organizzati, sono dotati di armi da fuoco, armi bianche come coltelli, ma anche machete. E non si fanno remore a utilizzarli.

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