“No all’hijab nelle partite di calcio”. La Francia si oppone al velo islamico

Il ministro dell’Interno Darmanin ha stroncato l’ipotesi di fare indossare l’hijab durante le competizioni di calcio femminile. Tra tre settimane arriverà la decisione del Consiglio di Stato

“No all’hijab nelle partite di calcio”. La Francia si oppone al velo islamico
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Si infiamma il dibattito sul velo in Francia. Il ministro francese dell'Interno Gérald Darmanin si è detto "molto contrario" a riconoscere alle donne il diritto di portare l'hijab durante le competizioni di calcio femminile. Lunedì il Consiglio di Stato ha esaminato il ricorso contro la Federazione francese presentato dall’associazione di donne velate "Collectif des hijabeuses", mirato a l'articolo 1 del regolamento della Fff, che vieta di ostentare simboli o abiti che denotano "un'appartenenza politica, filosofica, religiosa o sindacale".

Intervenuto ai microfoni di RTL, Darmanin ha ribadito l’importanza della "neutralità": "Non si indossano vestiti religiosi quando fai sport. Quando si gioca a calcio, non sei obbligato di sapere la religione della persona che hai davanti". Il ministro dell’Interno ha poi messo nel mirino le associazioni comunitarie, ree di non voler “difendere una causa molto nobile che è la libertà di cultoper "dare un colpo alla République". Il possibile via libera al velo in campo rischierebbe di aumentare le divisioni nella società, ha aggiunto: "Quando giochiamo a calcio non siamo obbligati a conoscere la religione del nostro avversario".

La sentenza del Consiglio di Stato è attesa tra tre settimane – verso metà luglio. Per il momento la FFF ha preferito non pronunciarsi dopo l’audizione. Il relatore pubblico Clément Malverti ha raccomandato l’annullamento dell’articolo 1, come richiesto dall’associazione, ed ha citato l’esempio dell’Ifab che, come la FIFA, ha autorizzato l’uso dell’hijab in campo sin dal 2014. Per queste due autorità sportive il velo non è un segno religioso, ma culturale. Inoltre, Malverti ha posto l’accento sul carattere religioso esistente in alcuni club professionisti o dilettanti, a partire dall’AJ Auxerre, società fondata da un prete.

Per l’avvocato della FFF, invece, è in atto il tentativo di "importare nel calcio le esigenze della comunità". Frédéric Thiriez, avvocato presso il Consiglio di Stato e portavoce della International Women's Law League (LDIF), ha ricordato inoltre che l'hijab è"non solo un segno di appartenenza ma di sottomissione, un apartheid sessuale".

Come riportato dall'Equipe, l'ex presidente della LFP ha aggiunto che la richiesta presentata dal collettivo di Hijabeuses non rappresenta "un movimento spontaneo di giovani donne, ma il risultato di un'offensiva dell'islamismo politico guidata dall'Iran e dalle monarchie del Golfo". Per questo ha contrapposto questa battaglia a quella degli atleti iraniani che vogliono liberarsi dall'obbligo di portare il velo sostenendo che"sono loro che difendono la libertà e non gli Hijabeus".

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