"Non chiamateli eroi". Capaci, la strage mai dimenticata

La strage di Capaci, il 23 maggio 1992, è un monito che spinge verso la ricerca della legalità. E che passa anche dalla caccia ai superlatitanti come è stato per Messina Denaro

"Non chiamateli eroi". Capaci, la strage mai dimenticata

Una delle vicende più importanti relative alla fine della Prima Repubblica è senz'altro la strage di Capaci, che fa parte di un fenomeno più ampio: all'inizio degli anni '90 del Novecento, a seguito del maxiprocesso che portò alla condanna di diversi boss, la mafia cercò di sollevare la testa contro lo Stato. E lo fece con le bombe, con gli attentati, con gli omicidi. "Commemorare la strage di Capaci - chiarisce alla nostra redazione Pierluigi Larotonda, radiocronista e scrittore d'inchiesta - è importante non solo per la drammaticità dei fatti accaduti, ma per comprendere la complessità della lotta alle mafie e l'impegno dei numerosi magistrati che persero la vita in quegli anni. Al tempo, il contrasto alla criminalità organizzata e non si diramava in due direzioni: a Sud contro i clan eversivi che avevano dichiarato guerra allo Stato e a Nord contro la corruzione politica. Dieci anni prima che fossero uccisi Falcone e Borsellino, il 26 giugno 1983, a Torino, morì per mano della 'ndrangheta il magistrato Bruno Caccia. Una morte che, ancora oggi, attende piena giustizia".

Nella strage di Capaci furono infatti uccisi due magistrati, Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, tre poliziotti trentenni ligi al loro dovere fino alla fine, tre giovani del Sud che difendevano la legalità. Molti dicono tre eroi. "Ho avuto una grande fortuna: incontrare don Luigi Ciotti, presidente di Libera - racconta a IlGiornale.it Matilde Montinaro, sorella del poliziotto Antonio - Mi ha presa per mano e mi ha fatto capire che non trasferire il ricordo di Antonio significa ucciderlo una seconda volta. Quando effettuiamo i percorsi nelle scuole non rappresentiamo Antonio come eroe, un appellativo che lui per primo non avrebbe voluto. Raccontiamo la sua quotidianità, la sua normalità: lo facciamo scendere dal piedistallo, non deve essere un alibi per non fare nulla. I ragazzi devono farlo diventare uno di loro e assumere la responsabilità del vivere civile".

I prodromi e la strage

Giovanni Falcone

Ci sono delle storie singole che si intrecciano prima della strage. Una di queste è quella appunto di Antonio Montinaro. "Per me non è mai facile parlare di Antonio - dice la sorella - Il pensiero va al 23 maggio e alle conseguenze di quella strage, soprattutto sulla vita di nostra madre, che oggi non c'è più. Antonio, come diceva la mamma, aveva l'argento vivo addosso. La nostra era una famiglia numerosa, io e lui eravamo i più piccoli e avevamo un rapporto speciale. Nella tarda adolescenza andò a lavorare con papà, che era commerciante in prodotti ittici: quel lavoro era duro e molto difficile, richiedeva sacrificio. Ma secondo papà era un modo per farlo tornare sui banchi. A un certo punto mi confidò di essere interessato alla vita militare".

Antonio Montinaro, dopo aver vinto il concorso in polizia, cambiò varie procure, prima Vibo Valentia, poi Bergamo, e quando sembrava aver trovato una certa serenità accettò di andare a Palermo, che al tempo non era un luogo tranquillo. "Andare a Palermo e incontrare il dottor Falcone fece risvegliare in lui quel senso di responsabilità che i nostri genitori avevano ispirato con i loro valori - continua Matilde Montinaro - Restò a Palermo 5 anni e quegli anni cambiarono completamente la sua vita: emerse quella profondità che aveva nascosto da bambino attraverso l'incontro con quest'uomo. Per questo chiamò il suo secondogenito Giovanni".

Per tre volte, nel 1983, nel 1987 e nel 1989, la mafia aveva cercato di uccidere Falcone, senza riuscirci. Poi arrivò il biennio '92-'93 con il suo carico di attentati e omicidi, studiati attentamente attraverso diverse riunioni regionali e locali di Cosa Nostra. E il 30 gennaio 1992 giunse la sentenza della cassazione che confermava una serie di ergastoli del maxiprocesso alla mafia.

Dopo alcune prove e appostamenti, Cosa Nostra decise di piazzare le sue bombe sulla A29 nei pressi di Capaci, dove Falcone con la scorta sarebbe dovuto passare andando o tornando dall'aeroporto di Punta Raisi. E il 23 maggio 1992 la mafia attuò il suo piano: mentre la scorta riportava a Palermo Falcone e la moglie, vennero attivati i 400 chili di esplosivi posti con uno skateboard nel cunicolo di drenaggio dell'autostrada. La scena viene rappresentata in tutta la sua forza emotiva nel film Il Divo di Paolo Sorrentino: nel momento dell'attentato l'Italia si fermò con un rumore sordo.

Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani
Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani

"Il 23 maggio Antonio non avrebbe dovuto essere di servizio - racconta Matilde Montinaro - da qui possiamo capire il suo senso di responsabilità e lo spirito di abnegazione. Non volle lasciare scoperto il gruppo di uomini che andava a prendere il dottor Falcone e la moglie, la dottoressa Morvillo. Quei 400 chili di tritolo entrarono direttamente nella nostra casa, sconvolsero la nostra vita. Era un sabato molto caldo, quando nel Salento si saluta la primavera. Un'amica di famiglia ci diede la notizia. Non sapevamo cosa stesse facendo Antonio quel giorno: arrivammo a casa di mia madre, dove ci confermarono che Antonio non c'era più".

Falcone e la scorta procedevano in una carovana di tre auto, tre Fiat Croma. La prima e la seconda vennero colpite in pieno: erano quelle su cui viaggiavano le cinque vittime, i tre poliziotti morti sul colpo, i due magistrati periti successivamente in ospedale. La terza, su cui si trovarono altri tre poliziotti (Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo), fu lambita dall'esplosione, ma quei tre poliziotti di scorta, benché feriti, erano ancora vivi e si precipitarono a estrarre Falcone e Morvillo dalle lamiere e tutelarli da eventuali sicari. Così come fece la popolazione dei dintorni: in tanti si riversarono in autostrada per i soccorsi. Non ci fu però nulla da fare.

L'impatto nell'attualità e nella storia

"Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio". Ai funerali della scorta furono queste le parole rivolte ai mafiosi da Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, parole di una potenza incredibile, capaci ancora oggi, a decenni di distanza, di suscitare una grande commozione.

La strage di Capaci è stata raccontata e citata in moltissimi modi: dal brano Signor tenente di Giorgio Faletti ("Ed è così, tutti sudati / Che abbiam saputo di quel fattaccio / Di quei ragazzi morti ammazzati / Gettati in aria come uno straccio") alla serie 1992, da Il giovane Montalbano a La mafia uccide solo d'estate, fino alla canzone Fuck the Violenza di Caparezza ("Il prossimo è facile odiarlo, se sei forte amalo / Che a fare stragi siamo tutti Capaci"). Luigi Garlando ha scritto un romanzo per giovanissimi, Per questo mi chiamo Giovanni, in modo da raccontare a chi non c'era ancora gli orrori di quegli anni, l'importanza del lavoro di Falcone, l'abnegazione dei poliziotti Schifani, Dicillo e Montinaro.

A seguito delle prime indagini tra il 1992 e il 1993, furono arrestati Antonino Gioè, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera: il primo si suicidò in carcere, gli altri due diventarono collaboratori di giustizia. Il piccolo Giuseppe Di Matteo fu rapito per volere di Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, che lo uccisero e lo sciolsero nell'acido dopo oltre due anni di sequestro.

Manifestazione contro la mafia

Il processo di primo grado per la strage, processo che durò dal 1995 al 1997, vide la condanna all'ergastolo per Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Leoluca Bagarella, Raffaele e Domenico Ganci, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, Salvatore Biondo, Giuseppe Calò, Filippo e Giuseppe Graviano, Michelangelo La Barbera, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Pietro Rampulla, Bernardo Provenzano, Benedetto Spera, Antonino Troia, Benedetto Santapaola e Giuseppe Madonia. In appello, nel 2000, la sentenza fu confermata e vennero aggiunti gli ergastoli per Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Antonino Giuffrè, Mariano Agate e Giuseppe Farinella, mentre poi in Cassazione vennero annullate le condanne per Aglieri, Buscemi, Calò, Farinella, Giuffrè, i Madonia, i Montalto, Motisi e Spera.

Nel 2016 infine, venne indagato e rinviato a giudizio Matteo Messina Denaro, che era latitante dal 1993. Il boss è stato condannato all'ergastolo in contumacia nel 2020 e arrestato il 16 gennaio 2023. "Per questo arresto - chiosa Matilde Montinaro - va il plauso alla magistratura e alle forze dell'ordine. Ma, secondo me, bisogna interrogarsi molto su ciò che ha permesso la latitanza a Messina Denaro. Non è stato arrestato a 1000 chilometri, ma nel suo covo. Di strada ce n'è molta da fare, cominciando a ragionare su chi ha permesso la sua latitanza. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la denuncia ha un valore importante".

Messina Denaro e gli altri

Il capomafia di Castelvetrano, latitante per 30 anni, è oggi imputato in un procedimento sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio in corso davanti alla corte d'assise d'appello di Caltanissetta. Ma chi è davvero l'ex boss di Cosa Nostra? "Matteo Messina Denaro era un fedelissimo di Totò Riina appartenente a quella fronda stragista di Cosa Nostra che 'portò le bombe' anche fuori dalla Sicilia - spiega Larotonda - Mi riferisco alle stragi di via Georgofili a Firenze, quella di via Palestro a Milano, alle autobombe nei pressi della basilica di San Giovanni in Laterano e della chiesa di San Giorgio in Velabro a Roma. Qualora Messina Denaro decidesse di parlare, potrebbe fornire preziose informazioni riguardo a quegli eccidi che ebbero come obiettivo alcuni dei più prestigiosi musei italiani. Fatti storici, drammatici, le cui circostanze non sono mai state chiarite fino in fondo. Perché se è vero che la giustizia ha stabilito di chi furono le responsabilità morali e materiali delle stragi, resta ancora sconosciuto il motivo per cui Cosa Nostra decise di colpire il patrimonio artistico italiano. Quali 'menti raffinatissime', citando una nota espressione del magistrato Falcone, si celavano dietro gli ordigni di Roma, Firenze e Milano?".

Matteo Messina Denaro
Matteo Messina Denaro

Se la cattura di Matteo Messina Denaro chiude il cerchio sugli attentati ai due magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, resta ancora aperta la caccia agli ultimi tre malviventi inseriti nella lista dei "latitanti di massima pericolosità". Il primo è Giovanni Motisi, altro esponente di Cosa Nostra, condannato all'ergastolo per l'omicidio del commissario Giuseppe Montana avvenuto nel luglio 1985. "Motisi è un personaggio fondamentale nel passaggio di potere da Totò Riina a Bernardo Provenzano all'interno di Cosa Nostra - illustra Larotonda – Era un uomo di fiducia di Totò Riina ma, secondo gli investigatori, anche vicino alla fazione più moderata della mafia siciliana. Se fosse catturato, e decidesse di parlare, potrebbe fare luce su molti punti oscuri relativi alla scelta dei corleonesi di abbandonare il progetto stragista in favore di una gestione, per così dire, più 'moderata'".

Il secondo "superlatitante" è Attilio Cubeddu, esponente dell'Anonima sequestri coinvolto nel rapimento dell'imprenditore di Manerbio Giuseppe Soffiantini (giugno 1997) e sospettato di aver avuto un ruolo in quello di Silvia Melis (febbraio 1997). "Il periodo dei sequestri - continua l'esperto - è stato sicuramente uno dei più bui nella storia d'Italia. E per quanto sia stata fatta luce sulla dinamica dei rapimenti, restano ancora molte zone d'ombra. Quali reali interessi si celavano dietro i rapimenti? Consideriamo che il 10 luglio 1976 veniva ucciso il magistrato Vittorio Occorsio, che aveva compreso i collegamenti tra il mondo malavitoso dei sequestri. Ad oggi ancora non si è fatta piena luce sulla stagione dei sequestri di persona".

L'ultimo latitante di massima pericolosità rimasto a piede libero è Renato Cinquegranella, esponente della Nuova Famiglia ricercato dal 2002 e condannato all'ergastolo per concorso in omicidio, associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione e porto illegale di armi. "Renato Cinquegranella - spiega Larotonda - sarebbe coinvolto nell'omicidio di Giacomo Frattini, detto 'bambullella', un giovane affiliato della Nuova Camorra di Raffaele Cutolo che fu torturato, ucciso e fatto a pezzi nel gennaio del 1982. Non solo. Sembrerebbe coinvolto anche nell'omicidio della capo della Squadra Mobile di Napoli Antonio Ammaturo e del suo autista Pasquale Paola avvenuto il 15 luglio 1982. Il superpoliziotto morì per mano della Brigate Rosse e Cinquegranella ha sicuramente avuto una responsabilità morale nel delitto. Fu colui che ospitò alcuni di questi brigatisti nella sua villa di Castel Volturno, fornendo viveri e medicinali. E il fatto che dopo 21 non sia stato ancora catturato la dice lunga. È 'l'ultimo ma non ultimo' dei latitanti".

"Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e quindi un giorno finirà.

Io credo che molto dipenda da noi: dobbiamo cercare di scegliere la normalità e non la complicità", conclude Matilde Montinaro. Lei va nelle scuole, racconta chi era il fratello, i suoi colleghi, i magistrati Falcone e Morvillo. Tiene viva una memoria piena di insegnamenti sul valore della legalità.

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