"Cinque giorni sulla barella". La "tempesta perfetta" manda in tilt i pronto soccorso

Pronto soccorso nel caos per il boom di nuovi casi con l'arrivo di Omicron 5 e gli effetti dell'ondata di calore su anziani e fragili. I medici denunciano: "Nel Lazio dai 600 ai 900 pazienti al giorno in attesa di ricovero"

"Cinque giorni sulla barella". La "tempesta perfetta" manda in tilt i pronto soccorso

Restare cinque giorni e cinque notti al pronto soccorso per poi firmare le dimissioni e decidere di curarsi privatamente, a spese proprie. È successo a Davide, 56enne romano portato in ambulanza al Gemelli dopo un malore. Al San Camillo, invece, una donna di 94 anni cardiopatica e positiva al Covid, è rimasta su una barella per ben otto giorni per mancanza di posti letto in reparto. Casi limite, ma neanche troppo. Perché in queste settimane tra la risalita dei contagi e l’ondata di calore che sta mettendo in difficoltà anziani e fragili gli ospedali sono tornati sotto pressione. "La situazione sta esplodendo e direi che in questi giorni è plausibile che l’attesa media prima di essere trasferiti in reparto in diversi ospedali sia di circa tre giorni", ci spiega al telefono il dottor Fabio De Iaco, presidente della Simeu, Società Italiana Medicina di Emergenza Urgenza.

Lombardia, Piemonte e Lazio sono le regioni messe peggio. In quella governata da Nicola Zingaretti l’ultimo bollettino diramato proprio dai medici di pronto soccorso parla di un aumento del 10 per cento degli accessi rispetto alla scorsa settimana. In totale i presenti all’interno dei reparti di emergenza-urgenza erano 1.742 di cui 363 con il Covid, e 786 in attesa di un posto letto per essere ricoverati, molti "almeno dal 30 giugno". "Oggi la situazione è sicuramente peggiorata", assicurano dalla Simeu. Il presidente De Iaco parla di "tempesta perfetta". "Le richieste di ricovero da parte di pazienti con il coronavirus stanno crescendo progressivamente, è vero che Omicron 5 provoca una malattia meno grave, ma con un milione di contagiati, ed è un dato a ribasso perché non considera i tamponi casalinghi, si cominciano a rivedere le polmoniti, soprattutto in quei pazienti over 65 che hanno fatto il booster diversi mesi fa", spiega De Iaco.

"Poi – aggiunge – ci sono quelli che scoprono di essere positivi all’ingresso nelle strutture e chi arriva in ospedale con malori legati al caldo intenso di questi giorni". In alcuni nosocomi il rapporto tra medici e pazienti nei pronto soccorso è arrivato ad essere uno a cinquanta e anche oltre. "I colleghi sono allo stremo delle forze e non è possibile prestare assistenza in queste condizioni: lo dice la letteratura che con il sovraffollamento la possibilità di errore aumenta", protesta Giulio Ricciuto, medico, presidente della Simeu Lazio e rappresentante del Consiglio dei direttori di struttura della regione. In realtà, ci spiega, è un cane che si morde la coda visto che sono proprio i turni massacranti e le aggressioni sempre più frequenti da parte deglu utenti esasperati che in questi mesi hanno spinto centinaia di medici di pronto soccorso a chiedere il trasferimento. A fare il resto ci ha pensato il virus, che ha messo ko almeno 99 operatori nel Lazio.

"Solo nella nostra regione abbiamo un deficit di organico di 400 medici", dice Ricciuto. Nel pomeriggio di martedì c’è stato un nuovo confronto tra i rappresentanti dei camici bianchi e la direzione regionale, il "braccio operativo" dell’assessorato alla Sanità, per chiedere un intervento urgente. "In questo momento - continua il medico - ogni giorno ci sono tra i 600 e i 900 pazienti in attesa di ricovero nei nostri reparti". Tra le richieste c’è quella di riattivare la rete ospedaliera e socio-assistenziale dedicata ai pazienti Covid, per permettere di liberare i posti letto nei nosocomi e di mettere a punto un piano di assunzioni. "Non è possibile che lo Spallanzani sia vuoto e che i reparti Covid si siano trasferiti nei pronto soccorso. – incalza Ricciuto – In regione non ascoltano chi come noi è tutti i giorni in prima linea, si sono fatti cogliere ancora una volta di sorpresa e questo è il risultato".

I tempi di attesa biblici nei reparti di emergenza-urgenza si ripercuotono anche sui soccorsi, come testimoniano le decine di ambulanze in coda fuori dalle strutture, bloccate in attesa della restituzione delle barelle o trasformate in vere e proprie "camere di isolamento" per i positivi. Le denunce sui ritardi per gli interventi da parte degli operatori del 118 si moltiplicano. L’ultimo racconto arriva dall’Eur. "Un ragazzo ha chiamato l’ambulanza alle 20.30 per un parente paralizzato e si sono presentati all’una di notte", racconta un utente. Ieri a chiedere al governatore Zingaretti di occuparsi del problema era stato il consigliere comunale della Lega, Fabrizio Santori. Il collega Federico Rocca, di Fratelli d’Italia, parla di "situazione intollerabile"."Per i cittadini romani – ha aggiunto offrendo solidarietà agli operatori sanitari - sta venendo meno il diritto alla salute".

E a chiedere un "intervento straordinario del governo" è il presidente dell’Ordine dei medici Filippo Anelli. "Scontiamo – ha detto - delle politiche che sono state sbagliate totalmente negli ultimi dieci anni, la programmazione è saltata completamente". Intanto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, si è impegnato per il riconoscimento di "lavoro usurante" per chi opera nei reparti di emergenza-urgenza.

"Dobbiamo fare uno sforzo in più – ha detto il ministro - per rendere merito ai medici e agli operatori dei pronto soccorso, un nodo essenziale del nostro servizio sanitario, che vive una particolare pressione".

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