Arriva il nuovo tampone "in fluorescenza": come funziona

Una nuova tipologia di tampone potrebbe soppiantare i molecolari: è quello in fluorescenza. Ecco come funziona e qual è la sua affidabilità

Arriva il nuovo tampone "in fluorescenza": come funziona

Dopo i rapidi, i salivari e i molecolari ecco in arrivo la nuova frontiera del tampone anti-Covid: quello "in fluorescenza", che "utilizza un valore numerico derivante dall'utilizzo di uno strumento di laboratorio dedicato, che quantifica il risultato", come spiega l'Usi, l'Unione sanitaria internazionale.

Come funziona

La vera novità è il metodo della fluorescenza che scopre se ci sono particelle virali e le quantifica tramite un'unità di misura chiamata Coi (Cut Off Index): se viene superata quota dieci, la positività è sicura e si può evitare di fare un secondo tampone, molecolare, per certificare l'avvenuto contagio. Per il resto è lo stesso cotton fioc che si infila nella narice come già avviene con il test rapido (o antigenico). Come si legge sul Messaggero, lo Spallanzani di Roma ha già effettuato uno studio comparandolo con i risultati degli antigenici e dei molecolari. Secondo i ricercatori, per valori Coi compresi tra uno e tre la percentuale di falsi positivi del fluorescente è del 65,8%; fra 3 e 10 la percentuale di errore scende al 18,4% mentre, per i valori superiori a 10, i risultati sbagliati crollano all'1,8%. Addirittura, dal valore 20 in poi, la percentuale di errore diventa pari a zero.

Quali sono i vantaggi

Tra i più importanti, come anticipato, l'accorciamento dei tempi e un risparmio economico notevole: non bisogna ricorrere ad un secondo tampone perchè il primo è super affidabile. Nei primi giorni del 2021, questo metodo sarà operativo in centinaia di farmacie laziali ma è già utilizzato in altre Regioni, specialmente nei laboratori. I costi sono modici e compresi tra 8 e 15 euro.

La differenza con i rapidi

Nei tamponi rapidi antigenici "si cercano le molecole che vengono prodotte in seguito all'ingresso del virus nell'organismo": in questa tipologia di test si cerca la quantità della carica virale, in pratica le copie del materiale genetico del virus che sono presenti in un millilitro di materiale biologico. Purtroppo, però, c'è un limite: riescono a identificare con precisione e affidabilità l'infezione soltanto "se la carica virale è superiore a un milione per millilitro del materiale prelevato con il tampone". Più si va in basso con questa misura, più alta e la probabilità di errore. Il vantaggio, però, è nell'avere una risposta in 10-20 minuti ma, l'altro rovescio della medaglia, è che nel 40-50% dei casi possono dare un falso negativo o un falso positivo.

Infine, come abbiamo visto sul Giornale.it, evitare i test salivari che non sono raccomandati perché non raggiungono "i livelli minimi accettabili di sensibilità (capacità di individuare i positivi, cioè i malati) e specificità (capacità di individuare i negativi)". Ecco perché sono esclusi dai test europei validi per ottenere il green pass.

"La qualità del campione di saliva è soggetta a molte variabili, per esempio il tempo trascorso dall’assunzione di cibo o bevande e il modo in cui si è tenuto in bocca il tampone - afferma Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani e della Federazione italiana società scientifiche di laboratorio - in generale i test di questo tipo offrono meno garanzie rispetto a quelli che analizzano un campione naso orofaringeo".

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