Contagio Italia. Lo spread di oggi diverso dal 2011

Ci sono profondissime differenze fra la crisi dello spread Btp-Bund in atto oggi e quella del 2011

Contagio Italia. Lo spread di oggi diverso dal 2011

Ci sono profondissime differenze fra la crisi dello spread Btp-Bund in atto oggi e quella del 2011. La diversità è riconducibile a 3 punti, collegati fra loro:

1. Nel 2011 l'Italia fu un Paese contagiato dalla Grecia, nel 2018 è invece l'Italia ad essere la causa del contagio;

2. Nel 2011, l'Italia e il suo governo furono vittime di una grande speculazione finanziaria, innescata dalla Deutsche Bank;

3. Nel 2011 non esisteva nessun meccanismo di salvaguardia europeo, ed eravamo quindi senza difese. Oggi di strumenti di intervento ce ne sono almeno tre, a livello dell'Unione e della Bce.

1. Nel 2011 l'Italia fu vittima, nel 2018 siamo noi gli untori. La crisi del 2009-2011 partì, come è noto, dalla Grecia. Il nuovo governo ellenico dell'epoca scoprì che il precedente esecutivo aveva truccato i conti del bilancio pubblico per entrare nell'euro. Questa fu la causa scatenante, con il quadro macroeconomico ellenico completamente deteriorato, dopo anni di cattiva gestione e come conseguenza dello shock esogeno innescato dalla Grande Recessione internazionale iniziata nel 2008. La Grecia contagiò poi i cosiddetti Paesi «periferici» (Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda). L'Italia di allora aveva però buoni fondamentali. Gli spread attuali di Spagna e Portogallo nei confronti della Germania sono più bassi dei nostri, segno che siamo noi ad essere diventati la causa del contagio.

2. Nel 2011, l'Italia e il suo governo furono, inoltre, vittime di una speculazione finanziaria, innescata da Deutsche Bank (grande banca internazionale partner del nostro Tesoro per l'acquisto dei nostri titoli pubblici). I fondamentali dell'Italia, infatti, nel 2011 erano sicuramente molto migliori di quelli attuali. Il rapporto debito/Pil era a 116,40, nel 2018 è salito a 131,50. Il tasso di disoccupazione era nel 2011 a 8,4%, oggi è salito a 10,4%. È innegabile che nel 2010 e nel 2011, in un contesto di contagio economico e finanziario, il sommarsi di fibrillazioni politiche di un esponente fondamentale della maggioranza (Gianfranco Fini) non offrirono sicuramente un quadro rassicurante agli investitori esteri, per quanto riguarda la stabilità del governo di allora, che pure aveva vinto nel 2008 le elezioni con una maggioranza che sfiorò il 48%, sulla base di un programma e di una coalizione coerenti e coesi. L'attuale crisi della finanza pubblica è, invece, determinata da ragioni di carattere fondamentalmente politico, a seguito dell'esito elettorale del 4 marzo, e dalle previsioni di un conseguente e strumentale deterioramento delle finanze pubbliche (deficit spending e non osservanza delle regole europee) in funzione anti-Unione e antieuro. Nel 2011, la speculazione di Deutsche Bank, messa in atto per mere ragioni di interesse di gruppo, portò alla vendita di quasi tutti i titoli italiani detenuti nel proprio portafoglio, innescando così, per imitazione, un'ondata di panico e di vendite che mise in crisi gran parte dell'eurozona, stante la debolezza finanziaria in quel periodo dei Paesi del Sud Europa. Deutsche Bank vendette nel corso di tutta la prima parte del 2011, la notizia diventò virale a luglio e tutti gli investitori cominciarono a vendere sulla sua scia. L'Italia con il suo debito entrò nell'occhio del ciclone. La Banca centrale europea dell'uscente Trichet e dell'entrante Draghi (appena indicato presidente per la ferma volontà del governo italiano guidato da Silvio Berlusconi), non aveva strumenti per reagire a quell'ondata speculativa innescata, lo ripetiamo, dallo stupido e irresponsabile sell-off di Deutsche Bank. È a quel punto che la Bce chiede all'Italia, senza alcuna base giuridica e in maniera del tutto irrituale, maggior rigore, con la famosa lettera del 5 agosto firmata Trichet-Draghi. Il governo Berlusconi, non senza divisioni interne, accettò i diktat della Bce con grande senso di responsabilità, mettendo in atto una serie di misure di controllo dei conti pubblici (la cosiddetta manovra di agosto), misure tendenti ad anticipare di un anno il pareggio di bilancio, previsto per il 2014, come segnale di credibilità e rigore ai mercati. Ciononostante, l'onda speculativa non arretrò e, tra agosto e settembre, scattò un altro tipo di speculazione, questa volta di carattere politico, proveniente dalle cancellerie dell'asse franco-tedesco, speculazione appoggiata in Italia dalle sinistre, ivi compresa l'istituzione con sede nel più alto colle di Roma, con l'unico obiettivo di far fuori lo scomodo governo Berlusconi. Si avviò, quindi, quello che io ho sempre chiamato «il grande imbroglio dello spread». Quello spread fu causato volontariamente dalle cancellerie europee per far fuori un governo legittimamente eletto, ma evidentemente scomodo dal punto di vista geopolitico. Lo spread di oggi è il figlio masochistico del governo Salvini-Di Maio.

3. Nel 2011 non esisteva nessun meccanismo di salvaguardia comunitario. Oggi ce ne sono almeno 3. Le crisi dello spread del 2011 e del 2018 non sono, inoltre, paragonabili nemmeno numericamente. L'attuale massimo attorno ai 350 punti base ha un potenziale molto più pericoloso di quello che aveva nel 2011. Allora, infatti, non esisteva nessun meccanismo di salvaguardia europeo per un Paese in difficoltà. Oggi, come detto, ce ne sono almeno 3: il Fondo Salva Stati, il Quantitative easing (che proseguirà anche l'anno prossimo, con il riacquisto dei titoli tramite i proventi di quelli detenuti in portafoglio dalla Bce) e la Vigilanza Bancaria Europea sul sistema creditizio dell'intera Eurozona. Nonostante queste tre armi di difesa, lo spread continua a rimanere pericolosamente alto e a salire, circostanza che deve preoccupare molto di più rispetto al passato. Oggi è il governo Salvini-Di Maio, con le sue insensate linee di politica economica e di deficit, che vuole tenere alto lo spread per pure ragioni ideologiche e di scontro politico con l'Europa. Confondere con il 2011 il 2018 non solo non ha alcuna ragione teorica, ma rappresenta unicamente il tentativo di confondere le acque e non individuare le responsabilità. Lo spread del 2018 comincia a crescere appena si profila, dopo le elezioni del 4 marzo, una maggioranza Lega-Cinque Stelle con tutta la sua valenza politico-ideologica populista, sovranista e peronista, tutta giocata in chiave antieuropea e antieuro. È da metà maggio 2018 che lo spread aumenta e i capitali fuggono, che la Borsa crolla e i rendimenti dei titoli pubblici salgono alle stelle e che le banche cominciano a collassare.

In fondo, la manovra di Bilancio è solo l'ultima provocazione della strategia del governo gialloverde, sulla pelle dell'intero nostro Paese (famiglie, imprese e risparmiatori). Confondere il 2011 con il 2018, lo ripetiamo, non solo è da ignoranti, ma da complici.

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