
Nelle moschee «fai da te» non si potrà più pregare. E nessun edificio affittato o comprato per altri scopi potrà venir trasformato in un luogo di culto. Lo ha deciso il Consiglio di Stato ribaltando le decisioni del Tar del Friuli Venezia Giulia pronto, in precedenza, ad accogliere i ricorsi del Centro culturale islamico Darus Salaam di Monfalcone. La sentenza assegna una storica e decisiva vittoria politica a Elena Cisint la battagliera ex sindaca di Monfalcone, oggi europarlamentare della Lega, protagonista da anni assieme alla giunta della cittadina di una vera e propria guerra alle moschee improvvisate. Una guerra condotta in un contesto urbano dove l'afflusso di lavoratori islamici provenienti dal Bangla Desh e da altri paesi musulmani ha letteralmente stravolto il tessuto etnico, sociale e religioso trasformando gli italiani in una maggioranza priva di diritti e vittima degli abusi dei nuovi arrivati. Abusi particolarmente evidenti nel settore dei luoghi di culto dove i cosiddetti «centri culturali islamici» si sono ritenuti liberi di trasformare in moschee e aprire alla preghiera pubblica edifici affittati o comprati con altre licenze d'uso.
La «guerra» tra la giunta guidata della sindaca Cisint e il centro Darus Salaam durava dall'15 novembre 2023. Allora, dopo una serie di sopralluoghi compiuti dalla polizia locale, il Comune di Monfalcone emanò un'ordinanza che sanciva il «divieto di utilizzo dell'immobile come luogo di culto» e intimava alla proprietà di «provvedere al ripristino immediato della destinazione d'uso legittimamente autorizzata». Un'ordinanza bloccata dal Tar del Friuli Venezia Giulia che - nonostante le accertate violazioni delle leggi - dava preminenza alla difesa della libertà di culto sancita dall'articolo 19 della Costituzione.
Motivazioni spazzate via dalla sentenza del Consiglio di Stato. Ribadendo una precedente decisione il Consiglio ricorda come «la stabile destinazione di un edificio a luogo di culto presenta un impatto sull'ordinato sviluppo dell'abitato e deve quindi avvenire nel rispetto della disciplina urbanistica ed edilizia, in cui trovano composizione i vari interessi pubblici e privati che si rivolgono al territorio quale terminale delle attività umane». La libertà di preghiera sancita dalla Costituzione non può, insomma, stravolgere ordinamenti e vita del nucleo urbano in cui viene praticata.
La sentenza da questo punto di vista rappresenta una vera e propria abiura delle pretese islamiste di trasformare scantinati e sottoscala in luoghi di culto. La prima ad esultare per la sentenza è ovviamente Elena Cisint che in questi anni in questi anni ha subito intimidazioni e persino minacce di morte per la determinazione con cui si ha contrastato l'estremismo fondamentalista e i soprusi dei centri islamici. «Abbiamo bloccato definitivamente le moschee irregolari con una decisione del Consiglio di Stato che fa la storia non solo per Monfalcone, ma per tutta Italia e segna un precedente fondamentale per tutto il Paese», sottolinea l'europarlamentare leghista.
La Cisint ricorda come la sentenza «definitiva e inappellabile» metta al bando le moschee abusive
camuffate da finti centri culturali. «Avevamo ragione noi e oggi - aggiunge - lo conferma anche la massima corte amministrativa che rimarca come nessuno, neanche gli islamici radicali, possano essere al di sopra della legge».
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