
«Aiuto, aiuto», scrive Paolo Guzzanti agli amici, «ho bisogno di soldi». Il divorzio, il fisco, quattro operazioni, una leggera depressione, e insomma, «datemi una mano se potete, sono rimasto con 14 euro in tasca». E quasi non ci si crede. Guzzanti, proprio lui, il giornalista, lo scrittore, il parlamentare per 13 anni, il presidente della commissione Mitrokhin sul Kgb, l'uomo dai reportage colti, che organizzava gli scherzi telefonici a Sandro Pertini, che raccoglieva le confidenze di Francesco Cossiga e faceva una bella vita, ora a quasi 85 anni è steso come un manifesto. «Sono in bolletta». Un appello ai più intimi, reso pubblico da Sara Manfuso su La Notizia, una veloce colletta, 4000 euro raccolti in poche ore e che serviranno a tappare il buco. «Ho già detto che restituirò tutto con la quattordicesima di giugno».
Paolo, che succede?
«Come Sordi, m'ha rovinato a guera La guerra di Putin, nel senso che sto pagando il fatto di essere stato fuori dal coro e di aver attaccato fin dal 2008 la violenta strategia espansionistica del Cremlino. Non essere allineato con la politica estera italiana mi è costato l'esclusione dal Senato e la relativa indennità. E poi sono stato travolto dalle spese. Un'importante insufficienza renale mi ha costretto a quattro interventi in clinica. La Casagit copre solo in parte e ho dovuto cacciare 8mila euro».
Esistono gli ospedali pubblici. Non lo hai considerato?
«Vabbè. Mi avrebbero operato dopo morto. La sanità pubblica purtroppo è stata depotenziata, ha carenze di medici e macchinari, le liste d'attesa sono lunghissime. A questo nel mio caso aggiungi il secondo divorzio, una causa che poteva durare poche settimane e si è chiusa dopo cinque anni per le lungaggini della giustizia. La mia ex moglie pretende 5.300 euro al mese, come se fossi ancora a Palazzo Madama. Ma dove li tiro fuori adesso? E le tasse, parametrate sempre al mio passato di senatore. Ho spalmato, rottamato, concordato tutto il possibile, però non ce la faccio. Mi vergogno, è umiliante chiedere soldi in prestito, però non c'era altra strada».
Ha dei figli famosi e benestanti? Non potevano aiutarti loro?
«E lo hanno già fatto, sono stati carinissimi. Poco fa mi ha chiamato Corrado, mi ha rimproverato. Potevi telefonarci prima di scrivere l'appello, ha detto. Ma non posso pesare ancora su di loro».
Un altro colpo per te è stata la morte di Silvio Berlusconi. Magari ti avrebbe aiutato.
«Certo. Comunque Mediaset si è comportata benissimo, mi ha rinnovato il contratto. Vivo di quello adesso, oltre di quanto mi resta della pensione, un terzo».
Che non sarà certo una pensioncina. Paolo, al di là di quello che ti è capitato, sei sicuro di esserti amministrato bene? Nella tua vita avrai guadagnato parecchio
«Beh, insomma, lo sai, noi giornalisti non sappiamo amministrarci. Ci hanno viziato, mandato in giro per il mondo, ristoranti, grandi alberghi. La contabilità non è il nostro forte. Resto un privilegiato, però mi si sono ingorgate le spese».
E le tasse
«Ecco. Nella parata delle nazioni siamo tra quelle maggiormente tartassate. E attenzione, perché negli altri Paesi, dove la pressione è simile, il fisco non è l'aguzzino che raccoglie i tributi e sanziona se non tutto è in ordine. Ma viene a casa tua, verifica ciò di cui hai bisogno, si informa dei tuoi problemi, fosse anche solo l'apparecchio per i denti dei figli; per cui lo Stato chiede dei soldi però ti garantisce dei servizi. Invece in Italia lo Stato ti prende dei soldi per coprire dei debiti. Credo che qualcosa nell'ultima legge di bilancio potesse essere fatta per ridurre la sproporzione tra quanto versiamo e la qualità di ciò che viene reso. Viva gli Stati Uniti».
In che senso?
«No taxation without representation, è il senso della rivoluzione americana: il cittadino ha diritto di stare nella stanza dei bottoni e controllare come vengono spesi i suoi denari».
Parli per esperienza personale.
«La mia storia assomiglia a quella di tantissimi italiani. Non vogliamo più rimanere fuori dalla stanza dei bottoni».
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