"Meglio morta che musulmana". Così Asia Bibi ha sconfitto gli estremisti

La bracciante cristiana condannata a morte nel 2010 per blasfemia ora vive in una località segreta in Canada. Resta nel mirino dei fondamentalisti ma continua a battersi per le minoranze oppresse

"Meglio morta che musulmana". Così Asia Bibi ha sconfitto gli estremisti

Legata con un collare e trascinata come un cane al guinzaglio lungo la strada. I vestiti che si stracciano, il sangue che esce dalle ferite che bruciano la pelle. Gli occhi asciutti dei suoi bambini, increduli, che guardano la loro madre portata via a forza dalla loro casa. Sono le ultime ore di libertà di Asia Bibi. È il giugno del 2009 e nel villaggio di Ittan Wali, nel distretto di Nankana, in Pakistan, una folla di persone si è radunata per assistere alla cattura della bracciante cristiana che ha osato offendere Maometto. Qualche giorno prima durante la raccolta delle bacche scoppia una lite con alcune donne musulmane. Asia va ad attingere l’acqua, immerge la sua tazza nel pozzo comune e la offre ad una collega, ma alcune protestano: non può farlo, è "infedele".

Il 19 giugno viene denunciata. Un imam la accusa di aver offeso la loro religione durante il diverbio. Il crimine di cui deve rispondere è quello di blasfemia. Un reato per cui, in Pakistan, si finisce dritti in prigione. E poi sulla forca. I poliziotti la picchiano, abusano di lei. Le offrono addirittura urina al posto dell’acqua quando dopo ore dal suo arresto osa dire "ho sete". Asia, che non sa leggere né scrivere, ma ha una fede incrollabile, sopporterà questo ed altro nel calvario che durerà per nove lunghi anni. Lo stesso numero dei metri quadrati della sua cella. La stessa in cui l’ha immaginata Papa Francesco nei tanti momenti in cui ha pregato per la sua liberazione.

Asia passa un anno rinchiusa lì dentro in attesa della sentenza, isolata e in condizioni al limite. Il verdetto arriva l’11 novembre del 2010. Nonostante non ci fossero prove contro di lei, il giudice del tribunale di Nankana, Naveed Iqbal, decide che la contadina di Ittan Wali deve essere condannata a morte. Sarà la stessa Asia a raccontare, qualche anno più tardi, di aver ricevuto personalmente dal magistrato un salvacondotto: la libertà in cambio della sua conversione all’Islam. Lei non ci pensa neppure un istante. Ringrazia l’uomo che in quel momento ha potere di vita e di morte su di lei e gli dice che preferisce "morire da cristiana" piuttosto che rinnegare il nome di Gesù. Asia resta in prigione nonostante l’anno successivo il suo accusatore, l’imam Qari Salam, confessi di aver portato il caso davanti ai giudici perché spinto dalle "emozioni religiose" e dai "pregiudizi personali" delle colleghe, fra cui sua moglie.

Insomma, contro Asia Bibi non c’è nessuna prova concreta. Salam, però, non ritirerà mai la sua denuncia. A fargli cambiare idea ci sono i gruppi islamici più radicali. Gli stessi fondamentalisti che nel gennaio del 2011 uccidono il governatore del Punjab, Salmaan Taseer, e due mesi dopo il ministro per le minoranze cattolico Shahbaz Bhatti. Entrambi avevano preso le difese di Asia Bibi, chiedendo la revisione delle leggi sulla blasfemia. Sulla testa di Asia i mullah mettono una taglia da 500mila rupie. Il prezzo di una casa ristrutturata e arredata con tutti i confort. Anche se uscirà dal carcere, almeno dieci milioni di pachistani sono pronti ad "ucciderla con le proprie mani". Dalla sua cella continua ad urlare la sua innocenza e presto diventa il simbolo della lotta per i diritti delle minoranze religiose. Lei, mamma di cinque figli, umile lavapiatti e bracciante, mostra al mondo il calvario dei cristiani pachistani, cittadini di serie b, relegati alle mansioni più ingrate, vittime di accuse campate in aria e detenzioni ingiuste.

Per la sua liberazione si spendono le principali organizzazioni per i diritti umani e i due papi, Benedetto e Francesco. L'ultimo che ha incontrato a Roma il marito e due delle sue figlie. "Abbracciandolo mi è sembrato di aver abbracciato mio padre", dirà una di loro, Eisham Ashiq, dopo l'udienza. Gli anni del processo sono contrassegnati da violenze e soprusi e soltanto nel 2018 arriverà la sentenza di assoluzione della Corte Suprema, tra le proteste dei principali partiti islamisti. Asia verrà scarcerata per questo soltanto un mese dopo e trasferita in una località segreta del Pakistan per sfuggire agli estremisti islamici. Nel 2019 è volata in Canada, dove ora vive con la sua famiglia sotto falso nome. Il ricordo di quegli anni è affidato ad un libro dal titolo "Finalmente Libera", scritto a quattro mani con la giornalista francese Anne-Isabelle Tollet ed uscito in Francia nel gennaio del 2020. Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, ha voluto incontrarla all'Eliseo.

"La mia fede mi ha permesso di sopportare tutte le prove e mi ha dato la speranza. Senza la fede non sarei potuta rimanere viva”, scrive Asia che ha sempre accusato gli islamisti di essersi "servita di lei" per "seminare il panico in Pakistan". Il suo libro è un tributo a tutti quelli che ancora oggi sono in carcere con la stessa accusa mossa dai musulmani più radicali. Circa ottanta persone secondo la Commissione Usa sulla libertà religiosa nel mondo.

Tra loro c’è anche Aneeqa Ateeq, 26 anni. Un’altra giovane donna pachistana imprigionata per aver diffuso vignette blasfeme su una chat di Whatsapp e condannata all’impiccagione da un giudice di Rawalpindi. Asia continua a lottare anche per lei.

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