Quei bambini dimenticati dallo Stato: l'infanzia al Parco Verde di Caivano

La vita dei bambini nel quartiere-ghetto noto per la droga e l'incubo pedofilia. Abbandonati dalle istituzioni anche dopo la tragica morte della piccola Fortuna Loffredo

Quei bambini dimenticati dallo Stato: l'infanzia al Parco Verde di Caivano

Corrono. Sorridono. I loro occhi sono vispi. Qualcuno ha lo sguardo già perso, e non supera i 10 anni di età. Pensano al futuro, ma non tutti sognano. «Che sogni hai?», molti bambini del Parco Verde di Caivano a questa domanda non sanno rispondere. Il quartiere è sorto negli anni Ottanta, doveva dare una sistemazione temporanea a chi il terremoto dell’Irpinia aveva tolto la casa. Oggi è uno dei ghetti più grandi dell’area metropolitana di Napoli. Coi suoi circa 6 mila abitanti, è una città nella città, dove a dettare le regole sono gli uomini della droga, a cui le persone perbene sono costrette a sottostare. L’abitato diventa inaccessibile a chi non ha un volto familiare. I "pali" che perlustrano la zona non perdono di vista gli sconosciuti. Se la loro presenza li insospettisce, si avvicinano e chiedono: "Cosa stai cercando?". E se la risposta non li convince, li tengono d’occhio, ne seguono ogni spostamento, passano e ripassano con lo scooter, fino a quando non li vedono andar via.

La vita dei bambini al Parco Verde

Mentre si muovono gli ingranaggi della macchina che porta avanti uno dei più grandi “supermercati” di sostanze stupefacenti del Napoletano, ci sono dei bambini, dei ragazzini che osservano (guarda il video). Giocano in strada, si spostano con le bici o a piedi, vanno avanti e indietro. Gli piace il Parco Verde, lo dicono a gran voce. Non tutti hanno voglia di andare a scuola, qualcuno l’ha abbandonata prima del tempo. Chi la frequenta, quando non ha da studiare e le lezioni sono sospese per il periodo estivo, esce nel pomeriggio ad animare quelle desolanti vie dove i pusher attendono gli acquirenti. Loro non l’hanno persa quella vecchia abitudine di un tempo, di vedersi all’aria aperta, divertirsi in modo semplice. Gli basta stare insieme per sentirsi felici. C’è chi ha difficoltà ad esprimersi in italiano. Giocare a calcio è il loro passatempo preferito. Mentre si sfidano, sullo sfondo i drogati si bucano. Per loro sono scene che rappresentano la normalità: quando le raccontano, ci ridono su. Il viavai di tossicodipendenti è continuo. In molti comprano e consumano sul posto. Vanno a infrattarsi in un campo abbandonato, e "si fanno", mentre i ragazzini, di fronte, dall’altra parte della carreggiata, volano col pallone tra i piedi. Nel Parco, di bambine non se ne vedono. Qualcuna, forse. Affacciata al balcone o sotto casa, controllata dallo sguardo vigile di un genitore. "Stanno a giocare sopra", spiegano i loro coetanei. D’altronde, se per i maschietti ci sono i campetti, per loro non c’è nulla.

Il pregiudicato che dà ai bimbi l'infanzia che non ha vissuto

Quasi tutti i bimbi da grandi vogliono fare i calciatori. Forse perché gli unici spazi a loro dedicati nel Parco Verde sono i tre campi di calcio gestiti da “Un’Infanzia da Vivere”, l’associazione fondata nel 2008 da Bruno Mazza. Bruno è cresciuto nel Parco Verde, ci vive da quando aveva 6 anni. A 14 anni già faceva il rapinatore, entrava e usciva dal carcere minorile. A sedici anni e mezzo è entrato a far parte del clan Russo, diventando dal '97 il braccio destro del boss del quartiere. Fino a quando non è finito in prigione nel 1998, e ci è rimasto per quasi 11 anni. “Avevo 14 amici, quando sono uscito ne ha ritrovati solo due”, racconta. Gli altri avevano perso la vita: chi in conflitti a fuoco, chi per droga, come il fratello. “Ho iniziato a osservare i bambini dal balcone mentre ero ai domiciliari, ho visto che facevano le stesse cose che facevo io. Ma non volevo vedere più morti. Non volevo che loro vivessero un’infanzia come la mia”. Quindi è nata l’idea di dar vita all’associazione, costituita nel 2008 per riqualificare le infrastrutture e renderle fruibili ai ragazzi. “Un’Infanzia da Vivere” ha messo in piedi due campi di calcio in viale Rosa. Prima, al loro posto, c’erano delle baracche. I volontari le hanno smantellate e, grazie al supporto di fondazioni e società private, hanno dato vita a uno dei pochi spazi per i bambini all’interno del quartiere.

Immersa nel Parco, nel mezzo del verde degli edifici, c'è il verde degli alberi della villetta. Un'area che i bambini ancora chiamano il “cantiere”. Fino a quando il Comune di Caivano non l’ha affidata all’associazione voluta da Bruno, lo stato di abbandono in cui versava l'aveva resa terreno fertile per drogati, che lì andavano a sballarsi, e covo dei criminali, che in un seminterrato avevano creato la base delle piazze di spaccio: ci confezionavano la droga, ci nascondevano le armi. "Oggi ancora vengono a fare i blitz qui dentro – racconta Bruno – L’ultima volta mi hanno distrutto il catenaccio. Ora gli ho dato le chiavi". Sì, perché per entrare nell'ex "cantiere" ci vogliono le chiavi. Adesso ci sono le giostrine, ci sono i colori. E quel locale dove si confezionava la “roba” è pieno di polvere. Quella del cemento e della pittura con cui si sta trasformando per passare a nuova vita, non quella "bianca": "Qui i ragazzi a rischio del quartiere produrranno il pane", racconta Bruno. Un progetto – anche questo – a cui si sta lavorando grazie a enti privati. "Il Comune sono 36 anni che ci ha abbandonato. Qui dentro non c’è Garante dell'infanzia che tenga, non ci sono le istituzioni, non c’è nessuno. Nessuno si è mai occupato dei bambini qui dentro. Io ero un bambino, e quando non andavo a scuola nessuno veniva a chiamarmi". E la situazione non è cambiata nemmeno da quando è stata uccisa la piccola Fortuna Loffredo, scaraventata il 24 giugno del 2014 dall'ottavo piano di una delle case popolari.

Abbandonati dalle istituzioni

La storia di “Chicca” ha portato alla luce diversi casi di abusi sessuali su minori, che fanno temere per la presenza di una vera e propria organizzazione di pedofili all’interno del Parco. Lei stessa era stata stuprata in più occasioni. Gli orrori sul suo corpicino sono stati scoperti solo dopo la sua tragica fine. Per quelle violenze sessuali è stato definito colpevole Raimondo Caputo, detto Titò, condannato in primo grado per il suo omicidio. Resta invece ancora da chiarire la morte di Antonio Giglio, il fratellino delle amichette di Fortuna, caduto giù a 4 anni dallo stesso palazzo, un anno prima. Era il figlio di Marianna Fabozzi, la ex compagna di Caputo, condannata per non aver impedito a Titò gli abusi scoperti anche sulle sue figlie minorenni. Quando nel Parco Verde si chiede di quei fatti, ci tengono a precisare che non si sono verificati nel loro rione, ma in quello contiguo delle case Iacp, e che Caputo non è un uomo di quel posto, viene da un comune vicino. Della piccola Chicca, in quei palazzi dal giallo sbiadito, è rimasto soltanto il ricordo. Perfino gli alberelli piantati in occasione del secondo anniversario della sua morte - anche in memoria di Antonio - sono stati abbandonati, come il Parco e i suoi figli: uno è sparito, dell'altro sono rimasti solo dei rami spogli che lo rendono quasi invisibile. Alla cerimonia presero parte il sindaco di Caivano, Simone Monopoli, e il garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Campania, Cesare Romano. Ai microfoni di Fanpage quest'ultimo assicurò: "Tra brevissimo apriremo un centro polifunzionale all’interno del parco per offrire servizi, accoglienza per i bambini, laboratori, e quanto altro ci sarà possibile. Saremo una spina nel fianco delle istituzioni". Da quel giorno nulla è cambiato.

"Il Comune è fallito, è in dissesto finanziario. Questo, dopo sei mesi di mandato, ha influenzato negativamente tutte le progettualità che avevamo in mente", dice il sindaco Simone Monopoli, che amministra Caivano dal 16 giugno del 2015. Di soldi, quindi, non ce ne sono. Di progetti in cantiere per quei minorenni a rischio, nemmeno. Il primo cittadino parla dell'assenza degli organi sovracomunali: "Spesso vediamo ministri fare le passerelle qui a Caivano, però, quando si chiude il sipario, alle chiacchiere non corrispondono i fatti. Siamo abbandonati a noi stessi. Il territorio non è presidiato. L’organico dei vigili urbani è più che dimezzato, la stazione dei carabinieri è sotto organico e fa quello che può". Secondo quanto riferisce, fino ad oggi "sono rimaste inevase le richieste, inviate al presidente della Repubblica e al Presidente del consiglio, di essere ricevuti".

Le tristi vicende di Fortuna, di Antonio e delle altre creature violate, non hanno insegnato nulla. Hanno solo lasciato nel terrore quei genitori che, oltre a temere per la criminalità che li circonda, da tre anni devono fare i conti anche con l’incubo degli orchi. Anche sui loro figli un segno è rimasto: "In quel periodo andavano al Comune a chiedere di cancellare 'Parco Verde' dai loro documenti", racconta Don Maurizio Patriciello, sacerdote della chiesa del Parco Verde. Il parroco attribuisce delle responsabilità anche agli organi di informazione: “I mass media non hanno reso un buon servizio – sbotta – certe trasmissioni hanno insistito sul binomio pedofilia-povertà, quasi a dire che la pedofilia è figlia del disagio, e non è così. Si è fatto un male enorme ai bambini". Poi afferma: "Si è parlato tanto di omertà intorno alla storia di Fortuna. In quel momento gli interessi da tutelare erano altri, più grandi. Qui si spaccia in ogni palazzo. C’è una grande azienda che va avanti (l’industria della mala), che permette ogni sera di mettere il piatto a tavola. Sono tante le famiglie a reddito zero. Bisogna partire dai genitori per aiutare questi bambini".

La reticenza, il silenzio intorno alla morte di Fortuna, sarebbero nati dalla necessità di tutelare la "droga spa", che qui dà da mangiare a molti, e pare che rappresenti l'unica alternativa alla disoccupazione. Un "palo" guadagna 200 euro al giorno. Il capo di una piazza di spaccio 5 o 6mila euro al mese. L'affare è ghiotto. E, in quell’agglomerato urbano, chi non riesce a sopravvivere a volte cede. Altrimenti non si campa. I bambini, purtroppo, sono le "vittime" innocenti del sistema, spettatori di una vita fatta di illegalità, in cui prima o poi rischiano di cadere. Anche Don Maurizio parla di un quartiere abbandonato dalle istituzioni: "Spenti i riflettori, l’unica luce che resta accesa è quella della parrocchia. Qui non ho mai visto un vigile. I servizi sociali a Caivano non esistono, il Comune è in dissesto e, comunque, molte famiglie non si rivolgono a loro, hanno paura che gli tolgono i figli.

Hanno problemi, ma i bambini li amano". In chiesa si organizzano attività come doposcuola, campi estivi, gite fuori porta. Ma i bimbi, lì - come ammette lo stesso prelato – ci passano solo per la prima comunione. Poi c'è la strada.

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