Lo studio che smentisce l'Oms sulle infezioni da asintomatici

Il ruolo degli asintomatici nella trasmissione del virus. Le parole dell'Oms. E quella ricerca sui contagi in famiglia

Lo studio che smentisce l'Oms sulle infezioni da asintomatici

Non è ben chiaro se quello dell'OMS sia un problema di comunicazione oppure di sostanza. Quel che appare lampante però, complici anche un po’ di leggerezze giornalistiche, è che l’unica certezza di questa pandemia sia l’incertezza con cui Ginevra ha affrontato il dossier coronavirus. Mascherine sì, mascherine no. Guanti sì, guanti nì. Tamponi solo ai casi sospetti, anzi “test, test, test”. L’ultimo pastrocchio comunicativo riguarda quando dichiarato dal capo del team tecnico anti Covid-19, Maria Van Kerkhove, durante un briefing dell’Agenzia Onu: "È molto raro - ha detto - che una persona asintomatica possa trasmettere il coronavirus”.

Le parole della Van Kerkhove hanno scatenato un putiferio. Per Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell'OMS, si tratta di una “risposta inaugurata e sbagliata”, visto che “la trasmissione da sintomatici è tipica di questo virus” ed è ciò che lo differenzia da Mers e Sars. Andrea Crisanti, l’ormai noto virologo di Vo’, suggerisce una cura dimagrante ad una organizzazione dove "ci sono troppi burocrati e pochi esperti con competenze". Alla fine l’esperta ha fatto marcia indietro, sottolineando che si riferiva solo “a un set di dati”. “Sappiamo - ha detto - che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus e ciò che dobbiamo chiarire è quanti sono gli asintomatici e quanti di questi trasmettono l’infezione”. La tesi è più o meno quella riportata pure da Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Oms: “Il problema è che molti di quelli che consideriamo asintomatici in realtà sono paucisintomatici, gli asintomatici veri non sono molti”. È come se ci fossero "diverse tipologie di asintomatici" (Matteo Bassetti dixit) con una "diversa possibilità di infettare".

Tamponi

I tempi della scienza non sono quelli della politica e dei media. Dunque per avere una risposta definitiva occorrerà forse attendere ancora un po’. Ma c’è una ragione se dall’Italia si sono sollevate così tante voci di protesta. Il motivo si chiama “Abolizione dell'epidemia di COVID-19 nel comune di Vo'”, cioè il titolo dello studio redatto da 36 studiosi italiani guidati da Crisanti. Come noto, nel piccolo paese sui Colli Euganei gli scienziati hanno potuto sottoporre per due volte a test tutti i residenti a distanza di 15 giorni, all’inizio e alla fine della zona rossa. Tra le tante informazioni che lo studio è stato in grado di fornire, c’è proprio il ruolo degli asintomatici nella trasmissione del virus. "La traccia dei contatti dei nuovi casi infetti e la ricostruzione della catena di trasmissione - si legge infatti - hanno rivelato che la maggior parte delle nuove infezioni nella secondo rilevazione sono state provocate nella comunità prima del blocco o da infetti asintomatici che vivono nella stessa famiglia". Una conclusione che sembra smentire quanto detto ieri dall’esponente dell’Oms.

Un operatore sanitario in un reparto di terapia intensiva
Un operatore sanitario in un reparto di terapia intensiva (La Presse)

Gli studiosi hanno condotto un’analisi approfondita su otto “nuove infezioni” trovate nel secondo giro di tamponi, andando a scandagliare i loro incontri passati e scoprendo che alcuni di loro avevano avuto interazioni con individui asintomatici. “Il soggetto 2 aveva contatti con quattro parenti infetti che non presentavano alcun sintomo al momento del contatto”, si legge nel documento. “Il soggetto 5 ha riferito di aver incontrato un individuo infetto asintomatico prima del blocco” mentre “il soggetto 8 ha condiviso lo stesso appartamento con due parenti asintomatici”. Crisanti&co. ne hanno dedotto che “le infezioni asintomatiche possono svolgere un ruolo chiave nella trasmissione di SARS-CoV-2”. “Abbiamo anche trovato prove che la trasmissione può avvenire prima dell'inizio dei sintomi, come di seguito dettagliato per un gruppo familiare - si legge - Il soggetto A è stata la prima infezione da SARS-CoV-2 confermata in famiglia, rilevata il 22 febbraio: il soggetto ha mostrato sintomi lievi della malattia il 22 febbraio, è stato ammesso all'unità Malattie Infettive il 25 febbraio e successivamente dimesso il 29 febbraio, con restrizioni di quarantena. Il partner (soggetto B) e i bambini (soggetti C e D) sono risultati positivi il 23 febbraio ma hanno mostrato solo sintomi lievi e non hanno richiesto il ricovero in ospedale. Il soggetto A ha riferito di aver partecipato a una riunione di famiglia tre o quattro giorni prima dell'insorgenza dei sintomi, insieme a un genitore (soggetto E) e altri tre fratelli (soggetti F, G e H). A quel tempo, erano tutti sani. I tamponi nasali e della gola hanno confermato la presenza di RNA virale in tutti i contatti familiari”.

Tradotto: “Le dinamiche di trasmissione all'interno di questa famiglia mostrano chiaramente che lo spargimento virale di SARS-CoV-2 si è verificato nelle prime fasi dell'infezione e in assenza di sintomi”. A conferma dello studio, infine, ci sarebbe il fatto che “la carica virale” negli sintomatici “non differisce significativamente” da quelle dei sintomatici. Parola di Crisanti.

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