Più che individui siamo "multividui" L'Io è il racconto che ci dà coerenza

L'identità non è un nucleo che si trova da qualche parte dentro di noi, ma il risultato di un continuo processo di costruzione. Centrale è la relazione con il mondo esterno

Più che individui siamo "multividui" L'Io è il racconto che ci dà coerenza

Silvano Tagliagambe è professore emerito di Filosofia della Scienza e ha insegnato presso le università di Cagliari, Pisa, Roma La Sapienza e Sassari. È direttore delle collane Filosofia della scienza dell'Aracne editrice e Didattica del progetto dell'editore Franco Angeli. Tra le sue oltre 280 pubblicazioni da segnalare: Il sogno di Dostoevskij. Come la mente emerge dal cervello (Raffaello Cortina, 2002); Identità personale e neuroscienze, in S. Rodotà, M. Tallacchini, Trattato di Biodiritto. Ambiti e fondi del Biodiritto, Giuffré, 2010, pagg. 323-360; La libertà, le lettere, il potere, (con D. Antiseri e P. Maninchedda), Rubbettino, 2011; Jung e il Libro Rosso. Il Sé come sacrificio dell'io (con A. Malinconico), Moretti&Vitali, 2014; e La divergenza nella rivoluzione. Filosofia, scienza e teologia in Russia (1920-1940), (con G. Rispoli), La Scuola, 2016. È tra i massimi esperti del rapporto tra identità e neuroscienze.

Quando dico io a chi o cosa mi riferisco? Chi è questo io e dove si colloca esattamente? In cosa consiste l'identità di una persona?

«Personalmente ritengo convincenti la posizione di chi, come Douglas Hofstadter, ritiene che l'identità personale non sia una sorta di nucleo che si trova da qualche parte dentro ciascuno di noi, già acquisito e disponibile, ma sia piuttosto il risultato di un processo attivo di costruzione a partire da un corso sempre mutevole di segnali, provenienti dal mondo esterno, e di esperienze registrate all'interno della nostra scatola cranica. Da questo punto di vista la generale credenza di ciascuno di noi nella propria identità personale è paragonabile a una specie di descrizione stenografica di un percorso che è, in effetti, molto più complesso e graduale, risultato di un attraversamento di livelli che integra la spiegazione di come funziona il cervello su scala microscopica, basata sulla struttura dei neuroni e delle sinapsi, con concetti di grado superiore e non rigidi, come corrispondenza, significato, e prende in considerazione, oltre ai circuiti neurali, anche la formazione dei concetti, associazioni mentali, organizzazione della memoria a breve e a lungo termine, grammatica mentale, sense of humor, fino all'identità personale come sbocco, appunto».

Posto che l'identità di una persona muti nel tempo, fin dove possiamo sostenere di trovarci in presenza dello stesso individuo?

«Secondo la prospettiva che ho appena descritto la radice profonda dell'identità personale sarebbe formata da ciò che possiamo definire una matrice relazionale, cioè dal complesso delle relazioni interne ed esterne che caratterizzano la vita di ciascun individuo: questa matrice e le strategie che vengono di volta in volta impostate e sviluppate allo scopo di gestire al meglio le suddette relazioni rappresentano, una parte costitutiva essenziale e imprescindibile di ciò che continuiamo a chiamare, per tradizione, individuo, o persona, ma che più appropriatamente, in virtù delle riflessioni fatte, potrebbe e dovrebbe essere denominato multividuo, in quanto subisce un iniziale e significativo processo di frammentazione e moltiplicazione, al quale segue una strategia di ricomposizione di questi frammenti e di loro integrazione all'interno di un quadro il più possibile unitario e coerente. Non è certo un caso che oggi, nel ciberspazio e nella realtà virtuale, lo stesso individuo venga generalmente materializzato e rappresentato in differenti avatar, parola di origine sanscrita che sta a significare l'incarnazione, in diverse sembianze, delle divinità indiane, in particolare del dio Visnu».

Che cosa sono esattamente la coscienza e la coscienza di sé e come funzionano?

«L'attraversamento di livelli di cui abbiamo parlato ci dice che per spiegare la coscienza, e in particolare la coscienza di sé, non possiamo fare a meno di prendere in considerazione l'incidenza del racconto e della narrazione ai fini della strutturazione e organizzazione dei diversi stadi e dei molteplici frammenti nei quali si articola il complesso mondo interiore della persona umana che muta certamente nel tempo. È l'omogeneità e la continuità di questo racconto, cioè la capacità di ricucire il più possibile i frammenti di memoria, di dare un ordine e un'organizzazione coerente ai pensieri sparsi che affollano la nostra mente e gli scaffali della nostra libreria, a consentire di dare a questo materiale eterogeneo ordine, logica e unità e a consentirci di parlare di uno stesso individuo pur in presenza della frammentarietà e dell'inedito nomadismo che caratterizzano sempre di più il nostro vissuto, nel quale i tempi dell'esperienza organizzativa contemporanea si stanno progressivamente contraendo fino a coincidere con il breve termine».

Nel dualismo tra idealismo e realismo, lei dove si colloca?

«Mi pongo nell'ambito di un realismo critico che prende, ovviamente, atto del fatto incontrovertibile che non ci sono copie degli oggetti che scivolano dentro i nostri occhi, ma solo fotoni, quanti di luce riflessi (o eventualmente emessi) dagli oggetti del mondo fisico. E questi fotoni piovono su un esteso tappeto di unità fotorecettrici distinte, la retina oculare, le quali trasformano l'energia luminosa in segnali elettrochimici individuali che viaggiano nel tessuto nervoso. L'oggetto di partenza a questo punto viene assorbito dai processi cerebrali, dal brulichio dei neuroni e delle sinapsi, e, da questo momento in poi, risponde alla logica del nostro campo recettivo interno, e non più a quella dello spazio esterno».

E dunque

«Detto in parole povere, il cervello costruisce, partendo dalla percezione, la sua specifica visione del mondo più adeguata alle finalità del suo scambio con l'ambiente, e che proprio per questo può essere considerata il suo Doppio. Questo doppio è una sorta di mente estesa, indissolubilmente legata al cervello, sebbene da esso funzionalmente distinguibile».

Sarebbe allora esagerato o inesatto affermare che gran parte di ciò che accade a livello di fatti, eventi, percezioni, conoscenze in realtà avviene nella nostra mente?

«Per rispondere correttamente a questa domanda occorre tener conto del fatto che il nesso del cervello con il contesto di riferimento, di cui ho parlato, acquista una duplice valenza: da un lato è relazione inderogabile con l'ambiente e con la rete di scambi e di traffici in cui esso si articola; dall'altro è riferimento imprescindibile al soggetto che vede, con l'archivio di dati, informazioni, saperi di cui dispone. Nell'atto del vedere c'è dunque un duplice riferimento relazionale: da una parte, il rapporto con il contesto, che incide sul significato, dall'altro il passaggio attraverso il filtro costituito dall'universo interiore dell'osservatore dal quale scaturisce quella continua ricomposizione dell'oggettivo nel soggettivo, e viceversa, che arricchisce continuamente e integra l'informazione ricevuta e le conferisce quella specifica impronta legata al fluire della propria corporeità e alle reazioni emotive che esso determina. Per dirla con Chris Frith, la nostra percezione del mondo è una fantasia che coincide con la realtà».

La morte è solo annichilimento? Che cosa rimane di noi una volta scomparsi?

«Una risposta significativa a questa domanda cruciale la si può ricavare facendo riferimento a Dostoevskij, così come lo legge e lo interpreta Bachtin, secondo il quale un'unica coscienza è priva di autosufficienza e non può avere valore e significato. Io prendo coscienza di me e divento me stesso solo svelandomi per l'altro, attraverso l'altro e mediante l'altro. I più importanti atti che costituiscono l'autocoscienza sono determinati dal rapporto con l'altra coscienza. Il distacco, la disunione, il rinchiudersi in se stessi sono la causa principale della perdita di sé. Tutto ciò che è interiore non è autosufficiente, è rivolto in fuori, è dialogizzato, ogni esperienza interiore viene a trovarsi sul confine, s'incontra con altre, e in questo incontro pieno di tensione sta tutta la sua sostanza. L'esistenza dell'uomo (sia quella esteriore che quella interiore) è una profondissima comunicazione: essere significa comunicare».

Ma tutto questo cosa ha a che fare con la morte?

«Da questo punto di vista ciò che chiamiamo morte assoluta è l'impossibilità di essere uditi, di essere riconosciuti, di essere ricordati. Ciò che rimane certamente di noi, una volta scomparsi, è la rete di relazioni che siamo riusciti ad attivare con gli altri nel corso della nostra vita: quanto più significative, ricche e durature esse sono state, tanto più marcato e prolungato sarà il ricordo di noi che si riesce ad alimentare e a perpetuare in chi ci sopravvive proprio in seguito alle azioni che abbiamo compiuto e a tutto ciò che lasciamo in eredità e attraverso cui continuiamo a «parlare» e a fa parlare di noi. L'unico modo di circoscrivere gli effetti della morte e attenuare, perlomeno, la paura che essa incute è quello di condurre la propria vita facendo in modo che, guardando dentro di sé, si riesca il più possibile a guardare negli occhi gli altri e con gli occhi degli altri. Allora questi occhi continueranno a vederci anche quando, fisicamente, non ci saremo più».

Qual è il ruolo che svolge la filosofia oggi e quale dovrebbe essere, a suo giudizio?

«Personalmente mi piace molto l'idea di una filosofia che esprima una convinta adesione a un imperativo etico magnificamente espresso da Heinz von Foerster, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, basato sulla propensione a produrre sempre nuove occasioni per sé stessi e per gli altri: Agisci sempre in modo di accrescere il numero totale delle possibilità di scelta. L'imperativo esprime dunque l'esigenza di una strategia basata sulla continua creazione di possibilità, nella quale ogni decisione, ogni azione, ogni comportamento, attualizza una parte del possibile, proprio nel mentre che crea un nuovo possibile. Non, quindi, il possibile inteso in modo generico e indeterminato, quale risultato della negazione del necessario e dell'impossibile, bensì come inserimento di ciò che è dato nell'orizzonte delle sue possibili trasformazioni, concepibili e concretamente realizzabili».

Una visione molto suggestiva e stimolante, fin troppo positiva in un Paese depresso come il nostro...

«Certo. Questo imperativo ha il merito di cogliere ed esprimere perfettamente la tendenza fondamentale sia della vita, sia della conoscenza, in virtù del forte legame che istituisce tra di esse: il loro desiderio di sperimentarsi, di espandersi, di oltrepassare le frontiere e ridurre le terre di nessuno. Esso è dunque invito a coltivare con attenzione imprevedibilità, invenzione, creatività, ancorando però la loro trascendenza al costante confronto con la realtà esistente, con la memoria, con la tradizione.

Si tratta di una felice combinazione e sintesi di senso della realtà e senso della possibilità, nelle quali consiste l'autentica cultura della progettualità, che sa coniugare e far convergere il desiderio di Ulisse di oltrepassare le colonne d'Ercole, per seguir virtute e conoscenza, e quel genuino bisogno di tradizione autentica e di rispetto dei suoi valori che Mahler ha sintetizzato con estrema efficacia in un celeberrimo e citatissimo aforisma: Tradizione è la custodia del fuoco, non l'adorazione della cenere».

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica