
Il ridicolo è una alterazione quasi patologica del comico che rasenta la tragicità. Ne sono stati maestri Aristofane e Molière, ai giorni nostri, la quintessenza del ridicolo, è stata rappresentata da Fantozzi. Il ridicolo è diverso dall'umorismo che, come ha dimostrato Pirandello, ha un carattere più filosofico e rappresenta il tragico moderno, rispetto alla tragedia antica.
Dostoevskij in «Il sogno dell'uomo ridicolo», traduzione di Fausto Malcovati, in scena all'Out Off, dal 3 al 17 aprile, regia di Lorenzo Loris, con Mario Sala, scelse la prima attitudine e lo utilizzò per approfondire la conoscenza dell'uomo nel momento in cui non si sente più degno della vita o meglio della non vita, perché a questa è destinato Fedor che già, all'età di sette anni, aveva capito di non essere in sintonia con essa, essendo convinto che, se non si comprende la vita e, pertanto, non si è compresi, si è dei falliti, tanto da sentirsi estranei alla società. Fedor appartiene a una galleria di personaggi dostoevskijani il cui candore è in netta contrapposizione allo squallore di chi vive di impurità, di immoralità, di egoismo, di malvagità e di corruzione. Per questo ha scelto di essere un emarginato, di appartenere ai tanti che vivono nel sottosuolo, chiamati, però, a compiere dei gesti estremi come atto di denuncia. Fedor, nel mezzo del cammin di nostra vita, ha deciso di suicidarsi, anche quando la vita, sotto le spoglie del candore e dell'innocenza, rappresentati dalla bambina che gli viene incontro per chiedergli aiuto, gli si offre perché lui possa desistere dalla sua idea. Così, quando rientra nella sua misera casa, nel momento in cui pone la pistola contro la tempia, si addormenta e sogna un viaggio verso un fantomatico Eden, sperimentando il trapasso dal mondo reale e crudele, al mondo onirico dove tutto può avvenire e dove tutto è possibile come accadrà, qualche decennio dopo, nel «Sogno» di Strindberg, in cui i personaggi non hanno bisogno della logica, ma solo dell'immaginazione con la quale possono superare tutte le sofferenze e le ingiustizie.
Nel sogno, Fedor sperimenta la gioia dello stare insieme, della felicità, la stessa che è impossibile trovare sulla Terra, dove, purtroppo, non esistono più gli uomini di spirito. Come è noto, gran parte dell'opera di Dostoevskij è attraversata da problemi religiosi, non certo, di carattere fideistico, bensì di una particolare cristologia. È Cristo che si presenta al Grande Inquisitore, il quale, infastidito dalla sua presenza silenziosa lo fa incarcerare perché la sua venuta danneggi quella felicità che solo la chiesa potrà concedere. Come dire che Gesù non è più adatto per salvare il mondo, lo stesso mondo che Fedor si affanna a far conoscere ai beati di spirito che, però, si lascano attrarre dalla corruzione e dalle menzogne. Come ci si può staccare da un simile mondo? Col ricorso all'amore, all'incontro con l'Altro, col ripristino della coscienza attiva.
Ho visto «Il sogno di un uomo ridicolo» interpretato da Gabriele Lavia, stretto in una camicia di forza, ricoperto da un terriccio con sabbia, tra spasimi e sofferenza angosciosa, con gli occhi arrossati come a denunciare il male che, però, non è da ritenere una condanna definitiva, Lorenzo Loris ha scelto un'altra via, facendo, del protagonista, un clown, allegerendo la drammaticità in favore di una certa leggerezza e predisponendo Mario Sala a mostrare una particolare stravaganza, oltre che un certo
stupore che favoriscono l'indifferenza come arma protettiva che, però, rende inaccettabile la vita, è la stessa indifferenza che Montale, in «Ossi di seppia», definiva «divina»: «Spesso la divina indifferenza ho incontrato...».
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