Ecco il primo sindaco a 5 Stelle: "Beppe? Lo conosco da 10 giorni"

Alle 15.08 di ieri Beppe Grillo è ufficialmente entrato tra i potenti d’Italia. È l’ora in cui l’Ansa batte la replica del comico genovese al capo dello Stato che aveva gettato un’ombra di disprezzo sul risultato elettorale. La sua risposta conquista sull’Ansa la stessa urgenza e la stessa importanza delle parole di Giorgio Napolitano. I due vengono messi sullo stesso piano. E il 10 per cento scarso che Grillo ha raccolto nelle urne improvvisamente pesa molto di più.

Il tribuno a cinque stelle fa paura. Le scorse settimane le sue battute venivano liquidate come demagogia e antipolitica. Un’omerica alzata di spalle accompagnava le sparate del tipo «usciamo dall’euro» oppure «oggi i partigiani userebbero i fucili contro questa Italia». Un fastidio scandalizzato censurava gli insulti ad Alfano («castoro delle libertà»), Casini («un Anthony Perkins per vecchie mignotte»), Fini («non parlatemi dei morti»), lo sberleffo a «Sergio Minchionne» o «Rigor Montis», o gli strampalati paragoni del tipo «la mafia non strangola le sue vittime, i partiti sì». Adesso la musica è cambiata. Non più antipolitica, ma «gente che si impegna nelle istituzioni», che si candida e prende i voti persi per strada dagli altri partiti. Gente nuova, idee chiare, programmi solidi. È partita la corsa a riprendersi i suoi consensi.

Ma qual è il vero peso del movimento di Grillo? L’albo d’oro 2012 del movimento per ora conta un sindaco e 5 candidati al ballottaggio. Il primo cittadino si chiama Roberto Castiglion, ha 32 anni, moglie, due figli, un lavoro come ingegnere informatico all’Enel di Porto Marghera e un futuro da amministratore tutto da dimostrare. Mai messo piede in un municipio fino a ieri, al momento di indossare la fascia tricolore del suo paese, Sarego, 6.500 abitanti in provincia di Vicenza, ultima sede del Parlamento della Padania. È un grillino da gennaio e ha conosciuto il leader al comizio del 28 aprile. Si dice che l’Italia non offre più opportunità a chi vuole rischiare: ecco la prova del contrario.
I ballottaggi annoverano un caso clamoroso, Parma (19,5%) e anonime località di provincia: Garbagnate (Milano), Mira (Venezia), Budrio (Bologna), Comacchio (Ferrara). Per lo più i grillini si piazzano al terzo posto, come a Genova, Verona, Piacenza, La Spezia, con medie tra il 9 e il 12 per cento. Un bel risultato, ottenuto a scapito di Lega e Pdl, ma anche del Pd. Un esito che garantisce qualche seggiola di opposizione e molta visibilità sui media.

Anche Grillo ha le sue roccaforti, e questo è il dato più interessante. I baluardi del voto a cinque stelle sono i distretti che a fine anni ’80 facevano gridare al miracolo economico e oggi piangono sangue per la crisi economica: il Piemonte orfano dell’indotto Fiat, il Veneto, l’Emilia-Romagna, le Marche. Da Chivasso a Fabriano, da Thiene ad Alessandria, da Vigonza a Tolentino, Grillo raggiunge spesso la doppia cifra con punte superiori al 20 per cento come a Conselve, Veggiano, La Loggia Torinese, Santena, Rosta.

Ma nel voto grillino appaiono altre costanti. Un elemento comune è la presenza taumaturgica del leader. Il sismografo elettorale si è impennato dove Grillo ha tenuto un comizio, uno degli show conditi da piacevolezze quali «Pdl partito della diarrea» oppure «la nomina di Amato è una pernacchia, un “vaffa” dalla Casta». Nel Vicentino, per esempio, si votava in sette comuni: nelle tre tappe del tour elettorale (Rosà, Sarego e Thiene) Grillo ha mietuto oltre il 15 per cento, mentre altrove solo rimasugli. Lo stesso è accaduto nel resto del Veneto, in Lombardia e nelle Marche: sopra il 10 per cento nelle località benedette dal comico (Fabriano, Jesi, Civitanova, Tolentino), sotto il 6 a Porto San Giorgio o Sant’Elpidio a Mare.

L’altro aspetto del comizio magico è che nelle prime città del tour gli elettori si sono dimenticati di Grillo. Le prime tappe risalgono al 9 aprile: Trani (risultato 2,7 per cento), Taranto (2,1), Lecce (4,3). 10 aprile Acerra (2,3), San Giorgio a Cremano (6,2), Pozzuoli (5,5). 11 aprile Frosinone (2,3), Cerveteri (6), Civitavecchia (6,6).

Poi pian piano il termometro del consenso è salito, e più recenti sono le urla di Grillo, migliore è il verdetto delle urne. Dove invece i suoi strilli non hanno fatto breccia è L’Aquila: 1,7 per cento, con il candidato a cinque stelle all’ottavo e ultimo posto. Da quelle parti di terremoti ne hanno già subiti abbastanza.

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