Ucciso il nemico dei fanatici: la Tunisia ripiomba nel caos

Ucciso il nemico dei fanatici: la Tunisia ripiomba nel caos

Martedì sera denuncia le connivenze tra le milizie islamiste e il potere. Ieri mattina lo fanno fuori con quattro colpi di pistola sparatigli sotto casa. Lo spietato assassinio dell'avvocato Chokri Belaid, leader dei «Patrioti democratici» e dell'opposizione tunisina, rischia però di travolgere Ennahda, il partito islamista al potere. Da ieri pomeriggio le piazze del paese sono nelle mani dei dimostranti che chiedono le dimissioni di Hamadi Jebalie, primo ministro e segretario di Ennahda. Lui reagisce con un discorso notturno in cui promette l'immediata formazione di un governo di unità nazionale i cui ministri non parteciperanno alle prossime elezioni. Ma il re islamista e la sua corte sono ormai nudi. Per l'opposizione laica l'omicidio di Belaid rivela il vero volto del movimento andato al potere dopo la caduta di Ben Ali. Un movimento che si professa moderato, ma garantisce, nel nome della fratellanza musulmana, impunità e protezioni alle correnti alqaidiste. E le parole pronunciate martedì sera da Belaid nell'ultima intervista televisiva risuonano come quelle di un'inascoltata Cassandra. «Ci sono gruppi all'interno di Ennahda che incitano alla violenza», ricordava l'avvocato assassinato denunciando le scorrerie dei Comitati per la Protezione della Rivoluzione e le coperture accordate da Rachid Gannouchi, il presidente di Ennahda rientrato dall'esilio dopo la rivoluzione. «Gannouchi li definisce la coscienza della nazione e dunque(...) chiunque si oppone ad Ennahda è nel mirino dei violenti», ripete profetico il leader assassinato.
Ora quelle parole ispirano la nuova rivolta. La rivolta di chi, come in Egitto, si sente alla mercé di una subdola dittatura islamista. Subito dopo la morte di Belaid i manifestanti riempiono Avenue Burguiba, inveiscono contro il «vigliacco Gannouchi», ricordano che «il popolo tunisino non ha paura». Le manifestazioni, segnate da assalti alle sedi di Ennahda e scontri con la polizia si estendono fino a Sidi Bouzit, città culla delle Primavere Arabe. E così il potere di Ennahda, vincitore delle elezioni con il 42%, minaccia di sfaldarsi. Ettakol e il Congresso della Repubblica, i partiti laici che garantiscono la maggioranza, potrebbero abbandonarlo. Ma dietro la possibile crisi di governo s'agita lo spettro della guerra civile. Da mesi il Paese subisce le scorrerie dei Comitati per la protezione della Rivoluzione che impongono la cancellazione di concerti e manifestazioni definiti «infedeli». La liberazione degli estremisti islamici incarcerati da Ben Alì ha inoltre permesso la nascita di Ansar Sharia, un movimento al qaidista gemellato con l'omonimo gruppo terrorista libico responsabile dell'assassinio a Bengasi dell'ambasciatore americano Chris Stevens. E Alì Harzi, un 28enne militante tunisino di Ansar Sharia, estradato dalla Turchia dopo aver partecipato all'assalto del consolato di Bengasi, è già stato rilasciato dalle autorità tunisine. Ma per comprendere quanto fossero fondate le preoccupazioni della «cassandra» Belaid basta ascoltare l'intervista radiofonica in cui il latitante Abu Iyiadh, un ex galeotto jihadista fondatore di Ansar Sharia, pur accusando il governo «servo dell'occidente», difende Ennahda «in quanto movimento islamico indipendente». L'intervista suona come la prova della doppiezza di Gannouchi e di Hamadi Jebalie impegnati a difendersi dall'accusa di aver coperto gli assassini di Belaid. La loro cacciata potrebbe però non salvare il Paese dalla metastasi fondamentalista.

L'esercito allarmato dai legami tra Ansar Sharia e gruppi terroristi del Mali ha dispiegato 4mila uomini a difesa dei pozzi petroliferi minacciati dalle cellule dormienti del terrorismo. Nel mirino potrebbe esserci il gasdotto dell'Eni che garantisce all'Italia le essenziali forniture di metano algerino.

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