
«Le sue notti andavano spesso così: erano popolate dall'inquietante vertigine causata dallo stare tra la terra e il cielo in quelle ore strane, sentendo il peso dell'intero universo notturno, attraversato da meridiani, tropici e paralleli. Parker si muoveva su quelle linee e le percorreva come un funambolo su una corda».
È curioso come la terra del grande nulla, l'immensa Patagonia argentina, sia un'inesauribile fonte di ispirazione per gli scrittori, a cominciare da Bruce Chatwin che nel 1977 la rese luogo di culto letterario con il memorabile In Patagonia, bizzarro diario di viaggio di un nomade spirituale alla ricerca di scheletri di dinosauri e tracce dei famosi banditi Butch Cassidy e Sundance Kid. E come dimenticare i personaggi surreali in Patagonia Express di Luis Sepúlveda, gli uomini perennemente in fuga di Un'ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano, i sognatori sfigati tratteggiati ne L'ultima carovana della Patagonia di Raúl Argemí, i racconti fuori dal tempo della Terra del Fuoco cilena di Francisco Coloane?
Il nuovo cantore dei territori alla «fine del mondo» è ancora una volta un argentino, sia pure con il cuore che batte in Italia: Eduardo Fernando Varela, 65 anni, giornalista, sceneggiatore e fotografo di viaggio, vive dividendosi tra Buenos Aires e Venezia e con il suo primo romanzo arriva nelle librerie italiane grazie a Solferino e alla traduzione di Sara Cavarero: Patagonia Route 203. Il segno del vento (pagg. 304, euro 19,50). L'opera, che rientra nel progetto di una trilogia di storie ambientate a diverse latitudini del Sudamerica, ha avuto un percorso insolito. Nel 2019 ha vinto a L'Avana il prestigioso premio Casa de las Americas, ma in patria e in Spagna è passato inosservato, finché l'anno successivo non è stato scoperto e tradotto in Francia da Métailié, ottenendo Oltralpe un inaspettato trionfo. Adesso, oltre alla traduzione italiana, sono in arrivo le versioni in inglese e russo.
Il romanzo di Varela è una road-novel che interseca differenti generi letterari, dato che non mancano i toni noir, un'evidente propensione all'avventura, una spruzzata di realismo magico e un'intensa storia d'amore impossibile, o forse no. Protagonista è il camionista Parker, di cui si sa poco o nulla (neppure il nome di battesimo), un uomo che percorre instancabilmente le strade polverose della Patagonia trasportando frutta e altre merci dalle campagne fertili ai piedi della cordigliera delle Ande fino ai piccoli porti atlantici dell'Argentina meridionale. Parker è un eremita in perenne movimento, guida il camion per giorni e notti senza mai fermarsi né incontrare nessuno, se non il personale alle stazioni di servizio. L'unica compagnia sono le stazioni radio che ascolta nella solitudine della cabina, le bottiglie di vino, un vecchio sassofono che ogni tanto suona in una piazzola di sosta e rimanda a un passato ormai lontano. Parker ha qualcosa da nascondere, infatti evita le grandi arterie stradali e preferisce infilarsi in percorsi isolati e senza segnaletica, ed è in fuga da qualcuno, oltreché da se stesso e dalla vita precedente. La sua peregrinazione potrebbe continuare all'infinito, tra pianure sconfinate battute dal vento, guadi di improvvisi torrenti creati dalle piogge torrenziali e meridiani e paralleli che danno ordine ai suoi viaggi, se un giorno non incontrasse una donna: Maytén. Lei lavora in un luna-park itinerante, è infelicemente sposata con un ex pugile che tira a campare gestendo un tirassegno e un trenino fantasma e vorrebbe tanto andare a Buenos Aires. La scintilla tra Parker e Maytén è pressoché inevitabile, così come la fuga in camion attraverso la Patagonia, inseguiti dal marito tradito in sella a una motocicletta.
Ad arricchire una trama semplice, sia pure non scontata, è la bravura di Varela nel dipingere la galleria di personaggi pittoreschi e surreali che incrociano la strada di Parker e Maytén, in un caleidoscopio di caratteri e soggetti immersi nella natura, quasi sempre ostile, che ricordano un grande scrittore argentino del passato, Haroldo Conti, desaparecido nel 1976 nel buco nero della dittatura militare. Di recente l'editore Exòrma ha riproposto in Italia i suoi capolavori Sudeste (del 1962) e Mascarò (del 1975). Così sfilano davanti agli occhi di Parker e ai nostri camionisti, zingari, militari in avamposti nel deserto, operai dei pozzi petroliferi, girovaghi, indios, giostrai, neonazisti e cercatori di sommergibili tedeschi della Seconda guerra mondiale. E ancora nandù, guanachi, leoni marini e animali bizzarri che sfidano il vero padrone di quelle terre: il vento incessante che rende difficoltoso persino accamparsi al bordo della strada o andare in bicicletta.
Varela è bravo a tenere alto il ritmo della narrazione e a farlo con un linguaggio agile, potente, concreto, nel quale le metafore non sono mai esercizi di stile ma servono a evocare immagini che danzano davanti agli occhi: «Le torri di trivellazione, disseminate su tutta la pianura, alzavano e abbassavano con ritmo meccanico i loro becchi di metallo, come uccelli che si accanivano sui resti di qualche animale».
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