Alla Fornero piace fare gaffe «Più licenziamenti? Riforma ok»

Il ministro del Lavoro scivola per difendere la linea, dopo la sentenza che ignora il suo articolo 18. "Le imprese hanno aspettato le nuove norme prima di tagliare"

Alla Fornero piace fare gaffe «Più licenziamenti? Riforma ok»

RomaCapita che, nella foga di difendere una tesi, si dicano cose che la indeboliscono. È successo ieri a Elsa Fornero. Premessa, da qualche giorno il ministro e la sua riforma del lavoro, sono tornati sotto i riflettori perché una sentenza del tribunale di Bologna ha concretizzato i timori di molti: ha semplicemente ignorato la nuova disciplina sui licenziamenti e considerato integro l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella versione del 1970. Sono mesi che, su questo punto, gli imprenditori giudicano la legge come poco incisiva sul fronte dei licenziamenti, se non dannosa per eccessiva farraginosità e troppa fiducia nelle decisioni dei giudici.

Ieri, durante un convegno sul welfare, Fornero ha smentito chi la accusa di non avere cambiato niente. «Noi abbiamo delle statistiche che ci vengono date: osserviamo un aumento dei licenziamenti individuali». Questo - ha poi precisato - «non vuol dire necessariamente che la riforma ha incoraggiato i licenziamenti, ma che nei mesi precedenti alla riforma alcune imprese hanno deciso di aspettare per vedere come veniva la riforma e poi, dopo la riforma, hanno deciso di licenziare».

Come dire, è presto per dare giudizi, ma non si può dire che la riforma abbia scoraggiato i licenziamenti perché i datori di lavoro ne hanno fatti di più. Ragionamento che, se da un lato potrebbe convincere i pasdaran dell'abolizione dell'articolo 18 (che, ricordiamo, è quello che regola il reintegro dei lavoratori licenziati ingiustamente), non smuove di un millimetro le preoccupazioni dei critici della riforma. In particolare i timori di quelli che temono scoraggi l'occupazione per le nuove rigidità introdotte su contratti a termine e gli altri rapporti di lavoro atipico. Problema che il ministro Fornero ha ben presente, tanto che ieri ha messo le mani avanti. Chi dice che la riforma «facilita i licenziamenti o non aumenta il lavoro» esprime «giudizi tranchant, dati spesso per appartenenza politica, partitica e sindacale, non sono seri e dobbiamo contenerli». Il governo, d'altro canto, si è dato da fare anche sulle politiche attive, Fornero ha ricordato il fondo da 230 milioni che serve incentivare l'assunzione e la stabilizzazione di giovani e donne.

Il ministro del lavoro ha anche parlato di esodati e di produttività. A proposito dei senza stipendio e senza pensione, ha ammesso che il governo li aveva sottostimati. «Pensavamo che il numero di 65mila fosse corretto». Ma rimane fermo il principio che «non per tutti deve valere come unica soluzione possibile la salvaguardia dei precedenti requisiti per il pensionamento. Forse si può pensare in altri termini, soprattutto per quelli che stanno ancora al lavoro, magari su altre basi. Problemi non si affrontano con unico strumento». Tradotto, per alcuni, magari i licenziati, potrebbero valere i normali ammortizzatori sociali.

Sulla produttività Fornero ha mandato un avvertimento alle parti sociali: se sigleranno un «buon accordo» sulla produttività «i soldi ci sono», ma se invece l'intesa sarà «debole e slegata dalla produttività» allora «ci sono altri possibili usi più importanti, forse più importanti e più significativi socialmente, per queste risorse. La detassazione - ha aggiunto - verrà se ci sono indizi forti di accordi che siano tali da incentivare la produttività. Auspichiamo che le parti raggiungano un accordo».

Anche in questo caso il messaggio è chiaro. La legge di stabilità destina a questo capitolo 1,6 miliardi. E se non ci sarà un accordo tra sindacati e associazioni delle imprese per favorire la contrattazione di secondo livello, quelle risorse potrebbero servire agli altri capitoli soggetti a modifiche, soprattutto la non retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni. O a rinviare di nuovo l'aumento dell'Iva.

Una brutta notizia per Fornero è arrivata

San Carlo Canavese, in provincia di Torino. I ladri sono entrati nella villa del ministro e di suo marito, l'economista e giornalista Mario Deaglio. Il bottino, informavano ieri le forze dell'ordine, non è di grande valore.

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