Ora Renzi rottama se stesso per far lo sgambetto a Letta

L'ultima capriola del sindaco di Firenze: l'Imu è un regalo a Berlusconi. Ma tre mesi fa diceva il contrario. E anche Epifani gli volta le spalle

Ora Renzi rottama se stesso per far lo sgambetto a Letta

Roma - Stare dentro con un piede fuori. Occultare la strategia svelando la tattica. Esporsi nascondendosi. È una sfilza di ossimori la strada intrapresa da Matteo Renzi, per posizionarsi sullo scacchiere in speculare assonanza (dissonanza) con il Cav. Il suo rivale, il suo pallino.

D'altronde verso Berlusconi non soffre di alcun complesso. «Con Berlusconi io ci ho fatto un libro, loro ci hanno fatto il governo, non so chi è messo peggio», dichiara a Radio24. Rigirandosi poi come sgusciante anguilla: «Al di là delle battute, la Mondadori è una grandissima casa editrice». Dialettica sveglia, la qualità migliore. Che spiazza coetanei attardati da schemi, come Pippo Civati. «È un po' che non capisco Matteo e ciò che sta facendo». Dove va Renzi, una sciarada in progress.

Amico Letta. Il sindaco lo ripete a ogni passo, però rivendica la «non subalternità» perché «non voglio che Berlusconi sia il playmaker che detta l'agenda». Così critica la prima scelta, il blocco dell'Imu. «È una cambiale che si paga all'accordo con Berlusconi. Lui è stato bravissimo e in campagna elettorale ha lanciato uno straordinario siluro sull'Imu, il Pd c'è cascato. Una trappola che gli ha consentito di rientrare nella scena politica. Il Pd ha dormito». Ma specifica: «La sinistra che piace a me deve uscire dall'idea che le tasse siano l'unico motore per la crescita». Frase che sottintende tesi e antitesi, ma raggiunge i target: differenziarsi da Epifani (reazione irosa: «Non è un regalo a nessuno, ma al buonsenso»), dare un colpetto implicito a Letta (eppure: «io fo' il tifo per Letta!»), rubacchiare al Pdl il meno tasse.

Amici del Pd. «Il mio obbiettivo non è sedermi su una poltrona piuttosto che su un'altra. Il Pd è in grado di esprimere idee proprie o sta solo a rimorchio?». Sul quartier generale piddino piovono V1 e V2 fiorentine, per tenerlo in allarme perenne. «Sì, è un po' sotto choc, abbiamo perso con una campagna elettorale che grida vendetta». Non vuole la segreteria, «andrei in collisione con Letta, persona per bene». E se Epifani lamenta che il partito è fragile, «basta uno starnuto e c'è chi si altera», Matteo precisa: «È fragile perché ha paura dei leader, non può pensare che se uno è più bravo a comunicare allora è schiavo del nemico». Per il congresso ha un nome: Chiamparino, verso il quale nutre «ammirazione autentica».

Amici vecchietti. Rottamare la rottamazione il nuovo credo. «Facevo paura, non venivo capito. Nei centri anziani mi dicevano: rottama tu sorella». Dalle ultime analisi Demos risulta che gli over 65 anni ora capiscono: il gradimento è al 70 per cento. Superare la frattura generazionale consente di ricevere l'endorsement di Veltroni e di recuperare Prodi: «Spero non lasci il partito». I renziani di Milano lanciano pure una petizione per chiedere scusa all'ex premier. Eccezione per Franco Marini, che «non aveva lo standing per diventare presidente. Però mi chiamò in questi giorni per dirmi che al Quirinale doveva andare un cattolico, ma non stavamo mica facendo le primarie per i vescovi». Un po' di veleno non guasta, difatti Marini non gradisce, alla scarsa considerazione aggiunge un epiteto: «Bugiardo!». Lui replicherà: «Il lupo perde il pelo...».

Amico Palazzo Chigi. Ci sarebbe andato di corsa, se «il Colle m'avesse chiamato».

Ora se il Pd tira la volata alla riforma elettorale, ripescando il Mattarellum, significa che le cose si muovono. Forse la frase renziana per un Letta che «duri fino al 2016» non era un auspicio per l'amico pisano. Più una gufata.

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