Il redditometro strangola il ceto medio

Nei giorni scorsi sul Corriere della Sera Piero Ostellino aveva evidenziato l'assurdità del nuovo redditometro con oltre cento voci e 55 tipologie familiari. Tra gli indicatori si menzionano le spese per mangiare, vestirsi, il veterinario, la biancheria intima, i giornali e le riviste, il barbiere, ecc. e si denuncia la concezione pauperistica e autoritaria-totalitaria che informa il nuovo redditometro. In altre parole si tratta dell'instaurazione dello «stato di polizia fiscale» che in realtà, entrando nelle vite delle persone, fa scivolare l'Italia nello stato di polizia tipico dei totalitarismi del XX secolo.
Il discorso di Ostellino è limpido e perspicuo, tuttavia ritengo che si possano aggiungere ulteriori considerazioni.
Si giustifica il nuovo redditometro immaginando che il contribuente parzialmente evasore verificando la non compatibilità fra le proprie spese e la dichiarazione dei redditi venga indotto ad aumentare la dichiarazione stessa: nulla di più illusorio perché al contrario questo contribuente opererà per ridurre le spese tracciabili spostando le spese all'estero o pagando in nero eccetera cosicché le entrate fiscali, con il nuovo redditometro, non aumenteranno, ma diminuiranno per la diminuzione delle entrate dell'Iva e delle accise. È evidente il danno per i consumi e per le aziende che operano correttamente.
Si può anche osservare che l'applicazione del nuovo redditometro a decorrere dal 2009 con «presunzione» a carico del contribuente (inversione dell'onere della prova) configura una retroattività tributaria sostanziale perché, come è noto ai giuristi, le «presunzioni» legali incidono sul rapporto sostanziale; cosicché questa retroattività appare di dubbia costituzionalità alla luce della vexata quaestio della legittimità costituzionale delle leggi tributarie retroattive.
Ma c'è anche un altro profilo: l'applicazione di questo redditometro comporta la soppressione pressoché totale dell'uso del contante. Infatti non si possono calcolare le spese per il mangiare, la biancheria, il barbiere, i giornali eccetera finché è possibile pagarle con i contante; sicché non può bastare l'attuale tetto alle spese in contanti e neppure il tetto di 300 euro (proposto a sinistra); il che comporterà, appunto, l'eliminazione o quasi del contante (con conseguenze gravi per l'economia italiana).
Salvo un'altra ipotesi: si potrebbero immaginare delle ispezioni che indaghino sulla frequentazione dal parrucchiere delle signore, sulle visite dal veterinario del cagnolino, sull'acquisto dei giornalini per i bambini, eccetera: in queste ipotesi non si tratterebbe di stato di polizia fiscale, ma di stato di polizia tout-court.
Questo redditometro familiare non colpisce i ricchi evasori ma soltanto il ceto medio. Infatti un ricco evasore parziale può giustificare qualsiasi somma per il carrello della spesa, per i vestiti, per il barbiere, per i giornali e le riviste eccetera.
In realtà il nuovo redditometro non appare volto a ridurre le evasioni fiscali, ma invece a comprimere i consumi anche per soddisfare le invidie sociali verso il ceto medio («l'erba del vicino») piuttosto che verso l'irraggiungibile benessere dei veri ricchi.

Ma questo redditometro appare soprattutto volto, con la criminalizzazione dei consumi, alla penitenza pauperistica, cioè tende a comprimere la libertà, la gioia nella vita e l'amore per la vita. Forse è giunto il momento per una sorta di «primavera di Praga».
*Presidente onorario della Corte dei Conti e docente universitario

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