In Iran la "controrivoluzione laica" inizia dalle scarpe sportive

I giovani di Teheran fanno a gara nell'imitare e coetanei americani ed europei. All Stars, Adidas e Nike rigorosamente false ma molto appariscenti perché la globalizzazione dei costumi non la ferma nemmeno una guerra fredda

In Iran la "controrivoluzione laica" inizia dalle scarpe sportive

dal nostro inviato
Sono quasi il simbolo delle contraddizioni iraniane, di una società molto distante dalle imposizioni del regime degli Ayatollah. Spuntano colorate ai piedi delle ragazze, spesso immancabili anche sotto i più severi chador neri, ma anche i ragazzi le ostentano, e si affollano davanti alle vetrine dei negozi di Valiasr avenue, nella capitale, con gli occhi sognanti di adolescenti figli della società dei consumi. Sono le scarpe sportive, status symbol per i giovani persiani ansiosi di sentirsi cittadini del mondo: All Star, Adidas, Nike, Puma fanno la parte del leone, tanto che Teheran vista ad altezza marciapiede potrebbe sembrare davvero New York. Ma il bello è che i modelli più diffusi sono così originali da essere evidentemente falsi. Così falsi da esagerare allegramente, e con ironia, persino nell'uso dei marchi. Si vedono Adidas che sul tallone hanno la targhetta All Star, modelli con le tre strisce da un lato e il logo della Nike dall'altro, mutazioni genetiche di Puma su cui compare il logo Dolce e Gabbana (spesso con una sola B). Il bello è che, pur nella certa consapevolezza che non si tratti, come dire, di prodotti genuini, i prezzi di questo mercato del falso sono in un certo senso adeguati agli originali di riferimento. Così se una scarpa sportiva «nuda», senza marchi di sorta, costa intorno ai 10 euro, un paio di Adidas Ganzelle - ispirate alle più note e copyrighted Gazelle - possono sfondare quota 20 euro e avvicinarsi a 30. Il gioco di globalizzarsi a qualsiasi costo, e pazienza se l'etichetta è farlocca, impazza con le scarpe ma contamina, ovviamente, tutto l'abbigliamento. Il made in Italy «d'ispirazione» va fortissimo, per esempio. Versace, Dolce & Gabbana, Armani (anche nella variante Arman), Energie, MaxMara e Gucci. Vista persino una clamorosa etichetta Alitalia con tanto di logo della compagnia di bandiera su uno chador in un negozio di Tabriz. E anche qui la strana regola è che se c'è un nome celebre, per quanto evidentemente posticcio, il prezzo sale. Lo stesso soprabito «coprente», il trench che qui portano quasi tutte le ragazze per rispettare i dettami dell'abbigliamento «hejab», per la sola aggiunta di un'etichetta Burberry's e di un incerto bordo tartan sul cappuccio quasi raddoppia il prezzo.

E il gioco, quanto mai irrazionale, eppure qui forse più comprensibile, della moda. Un gioco che ha i suoi rischi, come dimostra inconsapevolmente un ragazzo che sale lungo i viali alberati della capitale, tenendo per mano un'amica e ostentando una maglietta viola: «D&G - Va Fan Culo».

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