Israele ospite d’onore al ballo delle polemiche

La manifestazione si è aperta senza i temuti disordini. Ma non si placano le proteste degli scrittori palestinesi e arabi per l’invito nel 60º della fondazione dello Stato

nostro inviato a Parigi
Su tutti gli edifici pubblici di Parigi sventolano le due bandiere, la francese e la israeliana. La capitale è blindata per la visita del premier israeliano Shimon Peres, che ieri sera alla Porte di Versailles ha inaugurato il Salon du Livre. «Chi vuole bruciare i libri, boicottare la saggezza, impedire la riflessione, bloccare la libertà, si condanna alla cecità, a perdere la libertà», ha detto. «La Francia - ha proseguito Peres - ci ha aiutato a salvare le nostre vite e a difendere la nostra patria, ma le nostre relazioni vanno ben al di là della sicurezza. Dalla nascita dello Stato ebraico, sessant’anni fa, oltre 2.500 titoli sono stati tradotti dal francese all’ebraico, e un migliaio dall’ebraico al francese. Una lingua non ha frontiere, ma uno Stato le possiede e le deve difendere».
Anche qui, infatti, come alla prossima Fiera di Torino, il Paese ospite d’onore è Israele. Scelta che ha creato non poche polemiche, anche se i toni sembrano molto più contenuti rispetto alla bagarre che si è scatenata in Italia sull’invito nel sessantesimo anniversario della nascita dello Stato. Nelle scorse settimane le polemiche non si sono risparmiate. L’Unione degli scrittori palestinesi ha invitato al boicottaggio della manifestazione per protestare contro l’occupazione israeliana. Gli editori algerini, marocchini, egiziani hanno raccolto l’appello a non presentare i loro libri. Alcuni autori, però, hanno deciso di partecipare ugualmente, per sfruttare l’occasione di dimostrare in favore dei diritti palestinesi, L’egiziano Al-Aswani ha dichiarato ha dichiarato a Le Figaro che sarà al Salone per distribuire foto di bambini palestinesi e libanesi «vittime della politica israeliana».
Molti Paesi arabi hanno aderito al boicottaggio: Libano, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Algeria, Marocco, non hanno mandato delegazioni e i loro autori non saranno presenti. Saranno invece presenti alcuni autori arabi invitati ad personam dai loro editori francesi, e pare caduto nel vuoto l’appello di Tariq Ramadan rivolto agli scrittori arabi e palestinesi di organizzare una contromanifestazione per celebrare in modo speculare alla nascita d’Israele l’inizio della catastrofe palestinese.
Gli scrittori israeliani invitati ufficialmente sono 39. Soltanto uno ha declinato l’invito, il poeta Aaron Shabtai, per il quale «uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo quotidianamente crimini contro i civili, non merita d’essere invitato in nessun tipo di settimana culturale». Al centro delle polemiche, il ruolo dell’ambasciatore israeliano a Parigi, che secondo i critici avrebbe fatto pressioni per dare un significato politico alla manifestazione. Il Syndicat national d’edition, che organizza il Salon du Livre, ha tentato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche dichiarando ufficialmente che «non è lo Stato d’Israele a essere invitato, ma la sua letteratura».
Amos Oz, che oggi pomeriggio terrà un atteso incontro con il pubblico insieme ad Abraham Yehoshua e David Grossman, ha dichiarato: «Quelli che fanno appello al boicottaggio non si oppongono alla politica di Israele, ma alla sua stessa esistenza. Se dicono che Israele non deve essere al Salone è perché pensano semplicemente che non debba esistere. E chi boicotta una civiltà, boicotta se stesso». Dello stesso avviso un altro degli autori più significativi della letteratura israeliana, Meir Shalev: «Essere scandalizzati per la celebrazione del 60º anniversario dello Stato significa che si sarebbe preferito che questo Paese non avesse mai visto la luce».
Il punto è proprio questo: gli autori israeliani vengono a Parigi come rappresentanti ufficiali dello Stato d’Israele o come singoli individui? È ovvio che la risposta è la prima. Addirittura il giornalista israeliano Benny Ziffer, romanziere e critico letterario, caporedattore del supplemento letterario del quotidiano Haaretz e noto polemista, sul suo seguito blog ha accusato il governo israeliano di aver fatto firmare agli scrittori invitati a Parigi una dichiarazione in cui si impegnavano a non criticare l’operato del governo e a non parlare della guerra in corso.
Non ci sono state per ora repliche ufficiali, ma una delle critiche più consistenti (anche da parte di alcuni editori francesi) è che fra i 39 autori invitati non ci sono israeliani di lingua araba e che più della metà della letteratura israeliana non è rappresentata. In sostanza sono stati scelti soltanto scrittori di lingua ebraica, escludendo, oltre all’arabo, l’yiddish, il russo, il francese e l’inglese. Da parte israeliana si ribadisce che l’ebraico è stato scelto proprio per celebrare la creazione dello Stato d’Israele, perché la lingua ebraica è rinata proprio sessant’anni fa.
Questioni formali che riflettono però il clima molto teso in cui si svolge questo Salone. L’intellighentia francese, pronta sempre a scendere in campo su questi temi, si è dimostrata finora freddina rispetto alle polemiche.

A differenza dei soliti Gianni Vattimo, Giulietto Chiesa e compagnia che non hanno perso occasione di criticare e continuano a chiedere la revoca dell’invito a Israele come Paese ospite d’onore, gli scrittori francesi si sono pronunciati genericamente contro il boicottaggio. Vedremo nei prossimi giorni se la querelle salirà di tono o se dopo le schermaglie della vigilia il Salone sarà invece un successo, come sperano gli organizzatori.

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