
La prima e più diffusa interpretazione della meccanica quantistica è l'«interpretazione di Copenaghen», per via degli studi condotti dal fisico danese Niels Bohr (insieme al collega tedesco Werner Heisenberg) intorno al 1927. Nel 1935 un altro fisico, l'austriaco Erwin Schrödinger, si chiese: d'accordo, ma se applicassimo la meccanica quantistica non all'ambito atomico o subatomico, bensì a un sistema fisico macroscopico (vulgo, a qualcosa che tutti possano vedere e comprendere) che cosa accadrebbe? E si rispose: saremmo nel bel mezzo di un paradosso. Per dimostrare la situazione paradossale fece un esperimento. Puramente mentale, trattandosi di un paradosso, di qualcosa che sfugge alla realtà. Pensò: se prendessimo un gatto vivo e lo mettessimo in una scatola sufficientemente grande per consentirgli di muoversi un poco e la scatola contenesse un dispositivo in grado di determinare la morte del gatto con un evento subatomico, il gatto diverrebbe nello stesso tempo (e ovviamente nello stesso spazio) sia vivo e sia morto, fino a quando qualcuno non aprisse la scatola e non verificasse le condizioni del povero animale.
Non vi sembra un giochetto da prestidigitatore verbale, da mago dell'eloquio, da Houdini del sofisma? Lo è, e qualcuno, lo svizzero Hermann Burger (Menziken, 10 luglio 1942 - Brunegg, 28 febbraio 1989), che non era un fisico bensì uno scrittore, sintetizzò la questione, in tutt'altro contesto, quello letterario e pratico, così: «tutto è possibile in presenza di nessuno». Lo fa dire proprio a un prestidigitatore, Grazio Diabelli, che si considera ormai giunto alla «bancarotta dell'animo», essendo consapevole che le parole dell'illusionista sono «una diarrea verbale senza pari». Del resto, per la prestidigitazione tutto è possibile, fino a quando il pubblico non scopre i suoi trucchi. Burger era un patito di questa materia che cammina sempre in bilico fra assurdo e ovvio, ad esempio andava pazzo per i giochi di carte e per gli anelli cinesi. Diabelli prestidigitatore. Un salto di addio per il barone Kesselring è l'ultimo dei suoi racconti riuniti in Il mago e la morte. L'ultimo trucco di Houdini e altre storie incredibili (L'orma editore, pagg. 203, euro 21). E chiude il cerchio collegandosi al primo racconto che dà il titolo alla silloge, dove si spiega come il celeberrimo e insuperato illusionista ungaro-statunitense abbia fatto sparire... la sua causa di morte.
Essendo Burger, a fortiori, un virtuoso della parola, un cesellatore barocco che non lascia nulla al caso, anche i ben 9 traduttori dal tedesco dei 13 racconti qui presenti hanno avuto le loro gatte (quasi gatte di Schrödinger) da pelare, come ammettono nella «Nota al testo»: «Si è tentato di conservare o compensare a stretto giro di paragrafo anche la polisemia di tante parole ed espressioni, optando sempre però anche, nei punti troppo densi, per soluzioni meno pesanti che potessero dare al lettore italiano l'effetto di passeggiata sull'orlo del baratro proprio dell'originale». Bisogna dire che ci sono riusciti molto bene.
In ciò aiutati da Burger, che in cinque di queste «Storie incredibili» (era il nome della sua rubrica apparsa qui e là su varie riviste fra 1987 e 1993) utilizza come motori della meccanica letteraria, non quantistica ma umanissima, alcune forze pressoché invincibili: il potere di un ordine perentorio che mette in soggezione un comandante di battaglione, anche se l'ordine non proviene da un suo superiore; il Caso che salva uno scrittore da un fulmine; la potenza persuasiva della corruzione che agisce su un vigile; la legge non scritta della vendetta; la diatriba fra logica e pratica, da cui esce vincitrice la seconda. In altre tre storie, poi, l'Autore attinge al generoso alveo dell'autobiografismo, più o meno veridico o verosimile: un premio, peraltro non gradito, ricevuto (a sette anni!) per una campagna pubblicitaria; un contrasto con la moglie avvocato (la moglie di Burger, Anne Marie Carrel, è avvocato) determinante in lui una «cardiocatastrofe», appena temperata da un flirt, forse addotto per ingelosire la consorte, con la dottoressa che lo ha in cura; una grana con il titolare di un lussuoso hotel di Gastein, in Austria, che osa tenere in ostaggio la sua Ferrari (altra grande passione di Burger: le auto di lusso).
Dal soggiorno a Gastein, con le acque curative al radon del fiume Ache e la terapia, dal vago sapore sciamanico, della permanenza in grotte sotterranee, Burger trasse, con una ricerca sul campo tormentata dalle ricorrenti crisi depressive che alla fine lo portarono al suicidio, il materiale per il romanzo Die künstliche Mutter, «La madre artificiale», ancora inedito in italiano. E a Gastein è ambientato L'eclissi della cascata di Badgastein. Un idrotestamento in cinque movimenti, il cui protagonista è fra i personaggi più struggenti creati dall'Autore: Carlo Schusterfleck, portiere di notte invalido affetto da spondilite anchilosante, adoratore del fiume Ache e della sua cascata, e che proprio dall'Ache, rinsecchito perché sfruttato e maltrattato da tutti i clienti, riceve l'«idrotestamento», le sue ultime volontà.
Alle lamentazioni di Carlo Schusterfleck fanno eco quelle di August Schramm, Il servo d'orchestra che presenta Una lettera di candidatura per la «Civica filarmonica», e come proprie credenziali presenta... «analfabetismo musicale» e predilezione per la «neutralità strumentale assoluta». Infine, a comporre il trio di auto-reietti, ecco, in Zentgraf in montagna ovvero il terremoto di Soglio. Breve avviso di sinistro al servizio sismografico svizzero, l'ultimo servo, non d'orchestra, né di scena, ma proprio semi-schiavo alle dipendenze del «libero erudito» Anatol Zentgraf, a sua volta asservito alla lettura di un libro che contiene tutto il sapere: Il proprietario di cadaveri di Ingram von Scherzmanowsky. Zentgraf, carnefice del suo «segretario privato», è anche vittima, di quel libro. Spiega il segretario narratore: «Con suo grande spavento la comprensione completa che non è la dissoluzione di tutto quanto aveva letto col tempo, aveva fatto di lui ciò che aveva letto, così che lui necessitava a sua volta di un lettore, di uno specialista di Zentgraf che cominciasse col fare la sua conoscenza in quanto opera e che lo preparasse in vista di un'edizione critica completa, ornandolo di sigle, infarcendolo di note.
Le note che io, il suo Eckermann, scrivevo sul mio quaderno, erano soltanto i paralipomeni al corpus della sua genialità distorta».Non è un azzardo pensare che Hermann Burger si sentisse l'Eckermann di se stesso, un Goethe fra l'ovvio e l'assurdo, convinto che «l'uomo, senza la pelle delle lettere, si sente un Neanderthal».
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