L'inferno jihadista brucia nel Sahel. Cosa fa l'Europa?

Per l'Isis e Al Qaida è il nuovo fronte su cui sfidare l'Occidente. Sharia, stragi ed esodi di massa. L'impegno militare di Francia e Usa non basta

L'inferno jihadista brucia nel Sahel. Cosa fa l'Europa?

Sahel, che in arabo significa «costa», è il limite del deserto del Sahara, dove cominciano le terre abitabili. Un regione di confine da sempre contesa fra i nomadi Tuareg e le popolazioni africane stanziali. Un incontro, e scontro, che ha dato frutto a meraviglie come le moschee di fango di Timbuktu ma anche a tensioni continue. Oggi questa lunga striscia che va dall'Atlantico al lago Ciad è in fiamme. Al-Qaeda e l'Isis ne hanno fatto la loro nuova frontiera nella sfida all'Occidente. Vogliono sfondare verso Sud e hanno moltiplicato gli attacchi. Nella prima metà di quest'anno sono state uccise più di 4.200 persone, due terzi in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Sulla linea del fronte anti-jihad c'è soprattutto la Francia, con 5.100 soldati, mentre gli Stati Uniti ne hanno inviati 1.200 in appoggio alla missione delle Nazioni Unite, 15 mila caschi blu, in gran parte africani e poco efficaci.

La «costa» del Sahel non è così lontana dai nostri confini. Sottovalutare i jihadisti, come si è fatto nel 2014 in Siria e Iraq, comporta rischi enormi di nuovi attacchi in Europa. «È vero che per adesso l'insorgenza jihadista è locale - precisa al Giornale Andrew Lebovich, analista dell'European Council on Foreign Relations -. Ma anche se non ci sono notizie di piani di attacco verso l'Europa, ciò non toglie che potrebbero avvenire. Abbiamo assistito all'accoltellamento a Parigi di due persone vicino all'ex sede di Charlie Hebdo, alla decapitazione del professore Samuel Paty, e al terribile attentato di Nizza». La crisi della sicurezza nella regione è iniziata nel 2012 quando un'alleanza di militanti separatisti e islamisti ha preso il controllo del nord del Mali, innescando un intervento militare francese per estrometterli mentre avanzavano verso la capitale, Bamako. Nel 2015 è stato firmato un accordo di pace, ma non è mai stato completamente attuato e da allora nuovi gruppi armati sono emersi nel Mali, nel Burkina Faso e nel Niger.

Ma questi jihadisti sono ben radicati nel territorio. Nell'entroterra di questa vasta area si offrono come uno Stato alternativo. Osservano e impongono la sharia e forniscono assistenza medica, distruggono le scuole e costruiscono madrasse dove educare i bambini ai loro valori. Incassano, tassano i commercianti e contrabbandano bestiame, droga e armi rubate. I membri del cosiddetto Stato islamico dell'Africa Occidentale hanno come obiettivo creare il califfato del Sahel. Le loro milizie colpiscono con bombe, rapiscono e uccidono con una violenza inaudita. Alcuni di loro sono i foreign fighters che dalla Siria sono andati prima in Libia e poi si sono rifugiati nel deserto.

Ma la regione del Sahel dell'Africa occidentale è diventata anche teatro di combattimenti dei jihadisti tra loro stessi. Lo Stato islamico ha rivelato di essere impegnato in feroci scontri con militanti di al-Qaeda in Mali e Burkina Faso. Ha incolpato l'affiliata di al-Qaeda nel Sahel, Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (l'acronimo è Jnim), di aver mobilitato forze per attaccare le sue posizioni. Ma lo scenario non è una novità. I due gruppi sono già entrati in competizione per influenza, reclute e risorse in altre aree: come Yemen, Somalia e Siria. I due gruppi terroristici si accusano a vicenda. L'Isis ritiene che al-Qaeda sia troppo moderata, mentre al-Qaeda considera i membri dell'Isis come ultra-estremisti assetati di sangue. «Al Qaeda è accusata dallo Stato islamico di aver negoziato con il nemico e di non aver punito adeguatamente chi viola la Sharia - conferma Lebovich -. E poi c'è il problema del dividersi le risorse. La lotta tra i due gruppi è una combinazione di questi fattori».

Come se non bastasse le tensioni etniche della regione si sono mescolate con l'insurrezione islamista, i membri dell'etnia Fulani, principalmente musulmana, sono stati accusati di essere collegati agli estremisti, anche se i loro rappresentanti negano. Inoltre, i deserti in espansione e il cambiamento climatico hanno ingigantito i conflitti tra pastori. Tutto ciò ha portato alla creazione di milizie che sono state anche responsabili di un orribile ciclo di omicidi di massa.

Ma esistono anche altri problemi all'orizzonte. Poiché la popolazione nella regione raddoppierà nei prossimi 20 anni, la violenza sta rendendo più difficile superare le sfide allo sviluppo. Produrre cibo sufficiente per tutti diventerà sempre più difficile. Molte persone sono state costrette a fuggire dalle loro case anche a causa delle violenze perpetrate dagli estremisti. In Burkina Faso, il numero di sfollati interni è aumentato da 40mila a fine 2018 a oltre 500mila a fine 2019. La violenza sta anche creando problemi per le generazioni future poiché alcuni gruppi islamisti prendono di mira scuole e insegnanti, lasciando centinaia di migliaia di bambini senza accesso all'istruzione. I ragazzi così diventano ancora più vulnerabili allo sfruttamento sessuale, al lavoro forzato o al reclutamento in questi gruppi armati.

Il caso del Mali è paradigmatico della situazione in tutto il Sahel. Le proteste di massa a Bamako, la capitale, hanno chiesto le dimissioni del presidente, Ibrahim Boubacar Keïta e dopo il suo allontanamento attraverso un golpe da parte dei militari, il Paese è caduto nel caos, con vaste aree desertiche che rimangono sotto il controllo di Al-Qaeda e gruppi jihadisti locali. In questo bailamme spicca la figura dell'imam Mahmoud Dicko. Dicko si è formato alla scuola wahabita della Medina ed è uno dei predicatori che hanno invaso Maghreb e Sahel per portare il verbo integralista.

Ma Lebovich invita alla cautela: «Dicko ha anche molti nemici e la sua influenza nel Paese fa paura, per questo motivo è discreditato ed è stato strumentalizzato il suo ruolo di mediazione tra il potere e i gruppi jihadisti». Però disordine ed entropia sono l'ambiente più fertile per l'estremismo: lì diventa impossibile controllarlo.

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