Magistrati contro il governo (non tutti)

Uno su tre lavora e non aderisce allo sciopero Anm. "FlashMob" nel Palazzaccio

Magistrati contro il governo (non tutti)
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L'unica che ha provato a uscire dal coro ha dovuto fare i conti, se non con i fischi, con il visibile, udibile dissenso della platea. La colpa di Valentina Alberta, presidente della Camera penale: avere detto ai magistrati in sciopero quello che non volevano sentirsi dire: che il rapporto di colleganza fra pm e giudici «ha portato a degenerazioni», come il file di word «dato dal pm al giudice preliminare per il copia-incolla delle ordinanze» o il giudice che va nella stanza del pm a studiare i fascicoli o il pm che si sceglie il giudice di suo gradimento «utilizzando la pratica del fascicolo contenitore». Brusii di disapprovazione e alla fine solo un gelido applauso di cortesia.

Per il resto, l'assemblea organizzata dall'Associazione nazionale magistrati nell'aula magna del Palazzaccio milanese in occasione dello sciopero contro la riforma della giustizia, ha visto un coro compatto di critiche all'iniziativa del governo, in particolare sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. L'adesione è stata alta, ma non altissima: gli ultimi dati per il tribunale parlano del 72 per cento di adesioni, quindi quasi un magistrato ogni tre ha deciso, nonostante gli appelli alla adesione da parte di tutte le correnti sindacali, di restare al lavoro. Poco più alte le adesioni all'interno della Procura della Repubblica, roccaforte storica dell'opposizione alle riforme governative, dove ha scioperato il 70 per cento (il 76 secondo l'Anm). Inferiori, come da previsioni, le astensioni in Corte d'appello e nel tribunale civile.

Il successo solo parziale dell'agitazione non ha smorzato l'entusiasmo dei partecipanti che prima di dare vita a un flash mob sulla scalinata del Palazzo hanno applaudito in aula magna gli interventi che denunciavano i guasti che la riforma governativa è destinata a portare al «sistema giustizia»: da quello del procuratore generale Francesca Nanni, a quello di Sergio Rossetti, del direttivo centrale dell'Anm, secondo cui in Italia si starebbe alimentando «un clima d'odio irresponsabile» nei confronti della magistratura, al presidente della Corte d'appello Giuseppe Ondei, severo con la separazione delle carriere: «Di un giudice autonomo e indipendente che deve decidere solo sulle cause che gli sottopone un pm non indipendente, non so cosa farmene»; o il presidente del tribunale Fabio Roia, «ho paura quando non si rispettano le sentenze e quando si vogliono le sentenze piegate alle aspettative politiche». Applausi a scena aperta per tutti e quattro: e nessuno dei quattro è etichettabile in alcun modo a sinistra. A riprova che, almeno a Milano, la contestazione alle scelte del governo attraversa trasversalmente tutte le anime della magistratura.

La vera contrapposizione, come conferma la giornata di ieri, è con il mondo della avvocatura. Lo si era visto già in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario delle Camere penali, disertato dai vertici degli uffici giudiziari milanesi e lo si è rivisto ieri. Agli avvocati milanesi i magistrati non perdonano l'appoggio al progetto di separazione delle carriere, ma ancora prima non perdonano la loro analisi impietosa del funzionamento della giustizia sotto la Madonnina.

Da una parte c'è un'icona delle toghe come Gherardo Colombo, secondo cui i pm non vogliono vincere i processi a tutti i costi, ma vogliono solo «la ricerca della verità» e dietro la riforma c'è la volontà di sottoporre i pm alla politica; dall'altra c'è il presidente dell'Ordine degli avvocati, Giuseppe La Lumia che dice che la riforma è «sorretta da un alto tasso di democraticità, e non ci sono fantasmi illiberali». Chi ha ragione?

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