La masterclass di Clint Eastwood strega il Festival di Cannes

Il regista ha tenuto una lezione di cinema alla presenza di critici e giornalisti, ricordando le tappe salienti della sua vicenda biografica e professionale

La masterclass di Clint Eastwood strega il Festival di Cannes

A Cannes uno degli appuntamenti più attesi del Festival è stato senza dubbio la masterclass di cinema tenuta dal grande Clint Eastwood. In passato già presidente di giuria e ospite d'onore della kermesse, il divo si è presentato alla proiezione della copia restaurata de "Gli Spietati" e ha poi riservato un'ora del suo tempo a una platea selezionata di critici e giornalisti. Si è trattato di una chiacchierata in compagnia del critico americano Kenneth Turan durante la quale il leggendario attore e regista ha commentato liberamente i suoi film, l’infanzia e gli inizi.
L'incontro è stato introdotto dal direttore del Festival, un Thierry Frémoux visibilmente entusiasta, proprio come buona parte dei presenti. L'ottantasettenne arrivato a passo spedito e con sorriso suadente ha subito dato prova che carisma e semplicità, quando convivono nella stessa persona, hanno un potere di fascinazione senza pari. La conversazione ha avuto un ritmo sostenuto ma naturale: sono state le risposte, infatti, sintetiche e accattivanti, piene di lucido sense of humor e completamente senza fronzoli, a determinare l'andamento a raffica delle domande.
Eastwood ha iniziato smorzando gli applausi con un gesto ironico da cowboy, ha proseguito raccontando di sé con flemma e serenità e, alla fine, una volta indossato il suo cappellino da baseball, non si è risparmiato nel firmare autografi.
In tutto questo, dal primo all'ultimo minuto, senza sforzo, ha trasudato grandezza e ipnotizzato la sala. Ha ripercorso la carriera fin dagli esordi e indicato in Sergio Leone e Don Siegel i suoi mentori, anche se dice di aver imparato da tutti i registi con cui ha lavorato. Ha ricordato gli anni della Grande Depressione, in cui è cresciuto senza percepire troppo gli stenti grazie ai sacrifici dei genitori. Ha citato tra i suoi attori preferiti Gary Cooper, James Stewart e John Wayne, rammentando come realizzò un sogno nel potersi finalmente mantenere con la recitazione alla fine degli Anni 50.
Dell'inizio della collaborazione con Sergio Leone ha svelato la propria reticenza a venire a girare in Italia e la folgorazione non appena ebbe letto il copione del film "Per un pugno di dollari". All’esordio alla regia, con la Universal, seguirono opere di cui ha passato in rassegna alcuni aneddoti: Meryl Streep detestava il libro "I ponti di Madison Country" e "Mistyc River" si girò con pochi ciak perché gli attori avevano provato molto in privato.
Del suo modo di intendere la regia ha spiegato di adorare l'improvvisazione e di tenere in massima considerazione il mantenimento della calma sul set.
Riguardo ai film attuali firmati da altri registi, ne ha visti pochissimi perché è stato molto preso dai suoi ultimi due titoli, "American Sniper" e "Sully", che si sono succeduti a stretta distanza. Appena possibile, però, rivede vecchie pellicole e "Viale del tramonto" di Billy Wilder è una delle sue preferite.


E' stata un'occasione rara di sentir parlare un uomo che in genere preferisce l'azione alle parole, un individuo animato da una grande passione per il cinema ma probabilmente, prima ancora, per la vita. Nessun cenno alla politica, a quell'amico talvolta scomodo che ha in Trump, ma è stato giusto così: si celebrava uno straordinario percorso umano e professionale, la cui aura mitica mette tutti d'accordo.

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