Non possiamo non dirci crociani

Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante.

Non possiamo non dirci crociani

Non possiamo non dirci crociani per molti motivi. Il filosofo condannava sia il fascismo sia il comunismo. Una lezione semplice ma importante. L'Italia tuttora non è in grado di impararla. Mentre la condanna per il fascismo, giustamente, è ormai unanime, una parte consistente della sinistra è ancora convinta della favola secondo la quale il comunismo sarebbe una splendida idea purtroppo applicata male. Al cristianesimo abbiamo preferito qualsiasi dottrina materialista. Croce, pur non essendo credente, si dichiarava cristiano perché sapeva che, se togli il cristianesimo, la società inizia a scivolare su un piano inclinato in fondo al quale c'è sempre il disprezzo per la vita e l'individuo. Croce racconta in Contributo alla critica di me stesso di aver perso la guida della dottrina religiosa e di sentirsi «insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moralità stessa, risoluta in egoismo più o meno larvato». Fu il confronto con lo zio e tutore Silvio Spaventa a restituire la fede, laica e liberale, sui «fini e doveri» della vita. Maestro di Retorica, Croce disprezzava la retorica, il vero cemento (friabile) delle istituzioni italiane. Nel Contributo, il filosofo esprime il «fastidio per la rettorica liberalesca e la nausea per la grandiosità di parole e per gli apparati di qualsiasi sorta». Spirito realmente morale e dunque non moralista, politico quasi suo malgrado ma con una visione netta, Croce si chiese cosa fosse l'onestà, appunto, in politica. La risposta è secca: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». L'Italia ha appena vissuto un momento drammatico in cui sono approdati in parlamento uomini nuovi e interi movimenti che facevano vanto di non conoscere le istituzioni, di non essersi mai sporcati le mani con la gestione della cosa pubblica e di essere onestissimi. Risultato: una tragedia con punte di selvaggia ma involontaria comicità. Non meno importante è l'estetica crociana. Lo studioso aveva chiara un'idea che pare estranea a gran parte del mondo letterario di oggi: la critica militante non ha alcun senso se non è preceduta e accompagnata da una filosofia estetica. In caso contrario, presto o tardi, prestissimo nel caso italiano, diventa l'ancella del mercato e la sorella della pubblicità, un triste scambio di piaceri tra amici o un regolamento di conti tra bande, niente che possa convincere e stimolare un lettore. Per forza la critica non si fa più: è irrilevante, con le dovute eccezioni, e allora è meglio l'intrattenimento più o meno colto.

Quando esisteva la cultura italiana, in un tempo che sembra spaventosamente lontano, si poteva procedere mettendosi in continuità con il maestro Croce oppure andare oltre il suo magistero senza contestarne la grandezza. Così fece, ad esempio, Gianfranco Contini rivendicando la critica delle varianti come integrazione (e superamento) della critica crociana. Altra epoca, altro spessore.

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